lunedì 11 novembre 2013

Tarsu ed alberghi

Tarsu ed alberghi . Sempre più consolidato l’orientamento che in materia di TARSU diversifica le superfici in funzione dell’utilizzo Di seguito lo “Sportello dei Diritti” porta in evidenza l’interessante articolo degli avvocati tributaristi Maurizio Villani e Paola Rizzelli che fanno il punto sull’orientamento in materia di Tarsu alberghi ed equiparati, giacché le amministrazioni locali rileva Giovanni D’Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, hanno troppo spesso disatteso le normative vigenti creando non poco scompiglio tra gli operatori del settore, cui sovente sono giunte attraverso cartelle esattoriali richieste di pagamento per il tributo in questione che hanno messo in ginocchio le attività nel momento di crisi che tutti conosciamo. Per tali ragioni, la sintesi offerta dai due tributaristi, può essere un utile vademecum non solo per gli albergatori, ma anche per le amministrazioni comunali per evitare il reiterarsi di comportamenti illegittimi. “A healthy eye with full visual capacities is of no use in a dead body,” he said.Lecce, 10 novembre 2013 Giovanni D’AGATA La Commissione tributaria provinciale di Lecce, con la sentenza n. 329/02/13 dello 08.10.13, a pochi mesi di distanza dall’altrettanto recente sentenza emessa dalla medesima sezione in materia (la n. 227/02/13 del 9 luglio 2013), è tornata a pronunciarsi sulla questione inerente alla illegittimità della TARSU riscossa in violazione dell'art. 68 D. Lgs. 507/93, in considerazione del fatto che, anche per i campeggi così come per gli alberghi, il Comune di Gallipoli avrebbe dovuto applicare alle superfici destinate ad unità abitative la medesima tariffa prevista per le civili abitazioni. La questione sottoposta al vaglio dei Giudici salentini è stata ancora una volta quella della illegittimità di una cartella di pagamento emessa in violazione dell’art. 68 del D.Lgs. n. 507/97, posto che anche per i campeggi il Comune di Gallipoli avrebbe dovuto applicare la medesima tariffa prevista per le civili abitazioni, limitatamente alle superfici destinate alle unità abitative, con conseguente disapplicazione del regolamento comunale e della relativa delibera. Innanzitutto, per meglio chiarire i termini della questione, è opportuno partire dall’art. 62 del D. Lgs. 507 del 1993 che ha stabilito i presupposti applicativi del tributo in oggetto, individuandoli nella semplice occupazione o detenzione “di locali ed aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale in cui il servizio è istituito ed attivato o comunque reso in via continuativa”. Il successivo art. 68 del D. Lgs. N. 507 cit., invece, ne ha disciplinato la regolamentazione da parte dei Comuni, così disponendo: <>. Infine, ai sensi e per gli effetti del successivo art. 69, c. 2, del D. Lgs. N. 507/93, <>. Orbene, dal suddetto quadro normativo, si evince in maniera inequivocabile che i Comuni, per l'applicazione della tassa, devono adottare apposito regolamento che, a sua volta, deve contenere la classificazione delle categorie ed eventuali sottocategorie di locali ed aree con omogenee potenzialità di produrre rifiuti tassabili, applicando a queste la stessa tariffa. Difatti, solo una motivazione rispettosa del dettato normativo di cui all’art. 69 cit., potrebbe giustificare una tariffa differente per le aree con omogenea potenzialità di produrre rifiuti. Sul punto, peraltro, è anche intervenuta la Suprema Corte (Cass., del 04 agosto 2005, nn. 16427, 16428, 16429), statuendo che <> e con ciò riconoscendo in capo al giudice tributario il potere di disapplicare le delibere comunali, in materia di tariffe TARSU, ai sensi dell'articolo 7 D. Lgs. n. 546/1992. Pertanto, facendo corretta applicazione dell’enunciata disciplina normativa e dei suddetti principi giurisprudenziali, la Ctp di Lecce, con sent. dello 08.10.13, n. 329, ha, quindi, ritenuto legittima la tassazione delle aree non destinate ad uso abitativo, disponendo, invece, la riliquidazione della TARSU per tutte quelle superfici del campeggio destinate all'effettiva occupazione di strutture abitative. In questo modo, il Collegio salentino ha dato continuità a quel filone della giurisprudenza di merito che ormai si sta sempre più consolidando (Ctp Lecce nn. 612-614/2008 del 18.11.2008, 629/02/10 del 03.11.2010, 294-295 /02/11 del 10.05.2011.; 536/02/11 del 12.07.2011 del 09.07.13, n. 227/02/13; CTR Puglia – Sez. Staccata di Lecce – nn. 71, 72 e 73 del 04.06.2012), secondo il quale è irragionevole ritenere che un nucleo familiare in vacanza produca maggiori rifiuti di quelli prodotti ordinariamente nella propria abitazione e secondo il quale è <> (TAR Puglia, del 24 ottobre 2013, n. 2184). Né, infine, ad una diversa conclusione può indurre l’altrettanto consolidato principio giurisprudenziale della Suprema Corte di Cassazione, secondo il quale <>, in quanto se tale principio è stato enunciato a fronte della richiesta di equiparazione totale tra alberghi e civili abitazioni, manca, invece, una specifica statuizione della stessa in merito alla prospettata diversificazione delle aree a seconda della loro destinazione e sull’omessa motivazione della negazione di tale diversificazione laddove per l’appunto il Comune decida di agire diversamente.

sabato 9 novembre 2013

Sicurezza consumatori UE: allarme amianto nei thermos venduti in Italia. Le allerte principali del sistema RAPEX per elettrodomestici e apparecchiature elettriche pericolose


COMUNICATO STAMPA

  

Sicurezza consumatori UE: allarme amianto nei thermos venduti in Italia. Le allerte principali del sistema RAPEX per elettrodomestici e apparecchiature elettriche pericolose

 

Trovato amianto nei thermos. La notizia è stata portata all’attenzione dal sistema comunitario di allerta tra gli Stati dell’Unione europea sulla sicurezza dei prodotti (c.d.Rapex). Sul territorio nazionale, in particolare in negozi di articoli casalinghi ma anche presso supermercati, sono offerti in vendita thermos sia per liquidi che per alimenti, con all’interno fibre di amianto nei separatori della doppia parete di vetro del thermos. Purtroppo molti di questi thermos, la cui provenienza + sconosciuta, sono privi di marca e vengono immessi sul mercato da importatori vari.

Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” invita immediatamente le autorità competenti ad attivare una azione di controllo del mercato, per il tipo di rischio cui è esposto il consumatore. Infatti, in Italia è vietata la commercializzazione e l’importazione di prodotti che contengano, anche solo come componenti interni, amianto, sostanza notoriamente dannosa per rischio cancerogeno. I consumatori che abbiano acquistato thermos che rispondono ai dati evidenziati sono invitati, perciò, a: maneggiare il prodotto con cura evitando accuratamente ogni possibilità di rottura; riportare il prodotto presso il punto vendita dove è stato effettuato l’acquisto; in caso di rottura accidentale porlo in un sacchetto chiuso senza manipolare la parte contenente amianto, perché potrebbero liberarsi fibre di amianto dannose per inalazione e avvisare la competente azienda municipalizzata di zona ai fini del corretto smaltimento.

Il prodotto oltre a rappresentare un rischio chimico non è conformi al regolamento REACH che prevede il divieto in Europa di circolazione di sostanze (prodotte o importate in quantità superiori a 10 tonnellate/anno per produttore) non registrate e prive di documentazione sui relativi rischi per salute e ambiente e sulle relative misure di prevenzione necessarie per evitarli. In Italia, l’uso dell’amianto è vietato dal 1992.

 

sabato 2 novembre 2013

  Trovata carne di cavallo in scatolette di manzo importate dalla Romania. La FSA in Inghilterra ritira il prodotto dal commercio

 

COMUNICATO STAMPA

  

Trovata carne di cavallo in scatolette di manzo importate dalla Romania. La FSA in Inghilterra ritira il prodotto dal commercio

 

Le frodi alimentari si verificano ormai quotidianamente ed in particolare per il settore della carne, data la natura transazionale di tale commercio e stanno assumendo una dimensione europea che richiede costantemente il monitoraggio non solo delle autorità sanitarie nazionali ma anche e soprattutto di quelle europee.

A tal proposito, giunge questa volta dall’Inghilterra, un nuovo scandalo della “carne di cavallo”. La FSA, l’agenzia che si occupa della tutela alimentare nel paese d’Oltremanica, infatti, ha disposto il ritiro dai punti vendita di un lotto di scatolette di manzo al sugo perché conteneva DNA di cavallo non dichiarato in etichetta. 

La polpa della carne in scatola con il sugo in lattine da 320 g,  etichettate  Food Hall Sliced Beef in Rich Gravy, sono state prodotte e in Romania nel gennaio 2013 e poi importate nel Regno Unito. La vendita è avvenuta  nei supermercati  della catena Home Bargains (TJ Morris Ltd) e Quality Save.

La presenza di DNA di cavallo è stata riscontrata durante test di routine. Si  valuta che la quantità  possa oscillare dall’1 e 5%. La ricerca del fenilbutazone ha dato invece esito negativo. Il ritiro riguarda il lotto numero  13.04.C  con termine minimo di conservazione  gennaio 2016.

L’episodio non dovrebbe avere rilevanza sanitaria,  perché  l’assenza di fenilbutazone lascia ipotizzare una semplice frode commerciale.

Ciononostante, rileva l’episodio desta qualche perplessità, poiché lo scandalo della carne di cavallo scoppiata in Europa nella primavera di quest’anno era stato considerato un capitolo chiuso da parte delle autorità europee.

Questa, quindi, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” è l’ennesima prova che non bisogna abbassare la guardia per tutti i prodotti alimentari che vengono commercializzati in UE, anche perché non dovrebbero essere solo le carni e i derivati provenienti dall’Est ad essere sotto la lente d’ingrandimento delle istituzioni sanitarie, ma anche quelle che provengono dal Centro Europa come rivelato da un'altra indagine che la nostra associazione aveva segnalato circa un mese fa per carni che provenivano dal Belgio e dalla Francia.

Una sfida difficile per l’Europa che può essere vinta attraverso migliori e più efficaci controlli a campione, ma anche con sanzioni sempre più pesanti per i responsabili delle frodi alimentari e con una sempre più stringente tracciabilità dei prodotti sin dall’inizio delle filiere alimentari.