mercoledì 30 luglio 2014

In malattia non si lavora

COMUNICATO STAMPA

Cassazione. E' truffa aggravata mettersi in malattia e svolgere altro lavoro. Non si può escludere la truffa senza accertare che il lavoro svolto durante la malattia ritardò la guarigione 

La Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi della questione delle assenze dal lavoro per malattia durante le quali il dipendente è stato colto a svolgere altro che curarsi il malanno.Con la sentenza depositata oggi dalla seconda sezione penale, gli ermellini hanno sancito la condanna per truffa aggravata per il dipendente che durante la malattia svolge altri lavori per conto di terzi. Con la sentenza 33743/14, Piazza Cavour annulla con rinvio il provvedimento emesso dal Gup del Tribunale di Rovigo che proscioglieva un lavoratore dall’imputazione per truffa aggravata. Per il giudice dell’udienza preliminare il fatto non sussisteva, perché non era stato provato in che misura l’attività lavorativa alternativa svolta dall’imputato avesse ostacolato il processo di guarigione dalle lesioni conseguenti a un infortunio. Il difensore del datore, costituitosi parte civile, ricorreva per Cassazione, chiedendo che la sentenza fosse annullata. A giudizio degli “ermellini” il ricorso dell’azienda è fondato e la sentenza va, perciò, annullata con rinvio al tribunale di Rovigo.La Cassazione ricorda che la previsione dell’articolo 425, comma terzo, c.p.p., secondo la quale «il gup deve emettere sentenza di non luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti risultino insufficienti o contraddittori, è qualificata dall’ultima parte del suddetto comma terzo che impone tale decisione soltanto dove i predetti elementi siano comunque inidonei a sostenere l’accusa in giudizio». Ne deriva che «solo una prognosi d’inutilità del dibattimento relativa all’evoluzione, in senso favorevole all’accusa, del materiale probatorio raccolto, può condurre a una sentenza di non luogo a procedere».Il giudice dell’udienza preliminare, pertanto, può pronunciare sentenza di non luogo a procedere «non quando pervenga a una valutazione d’innocenza dell’imputato, ma solo nei casi in cui non esista una prevedibile possibilità che il dibattimento possa invece pervenire a una diversa soluzione e più in particolare quando l’insufficienza e la contraddittorietà degli elementi probatori acquisiti rivestano caratteristiche tali da non poter essere ragionevolmente superabili nel giudizio». Ne consegue, concludono i giudici di legittimità, che il giudice, anche in tal caso, «deve pronunciare sentenza di non luogo a procedere solo quando sia ragionevolmente prevedibile che gli stessi elementi siano destinati a rimanere tali all’esito del giudizio, non potendo esprimere, quindi, un giudizio sulla colpevolezza dell’imputato». Per Giovanni D’Agata, presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, non è una semplice infedeltà lavorativa, ma un vero e proprio reato di truffa aggravata e falso ideologico quello che pone il dipendente pubblico che si mette in malattia e poi svolge un’altra attività parallela. Ricordiamo che, insieme all’obbligo di fedeltà, il lavoratore è soggetto anche all’obbligo di riservatezza o di segretezza. Esso vieta al lavoratore di divulgare o di utilizzare, a vantaggio proprio o altrui, informazioni attinenti l’impresa, in modo da poterle arrecare danno. A differenza del divieto di concorrenza, che cessa al momento dell’estinzione del rapporto di lavoro, l’obbligo di riservatezza permane intatto anche dopo la cessazione del rapporto, per tutto il tempo in cui resta l’interesse dell’imprenditore a tale segretezza, ossia fino a quando l’azienda svolgerà la sua attività, nello specifico settore imprenditoriale in cui opera attualmente.

Lecce, 30 luglio 2014

                                                                                                                                                                                     Giovanni D’AGATA

 

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venerdì 25 luglio 2014

Paracetamolo inutile

COMUNICATO STAMPA

Mal di schiena: secondo uno studio australiano il paracetamolo è inutile!

Un importante studio australiano è arrivato alla conclusione che gli antidolorifici a base di paracetamolo non sono più efficace del placebo nel ridurre il dolore associato alla lombalgia.Il 10% della popolazione mondiale si lamenta per il mal di schiena. Ed il paracetamolo è il farmaco più consumato in assoluto per alleviare questo tipo di sofferenza. Tutti i medici lo raccomandano come prima scelta per attenuare il dolore e lo preferiscono all'aspirina (perché fluidifica il sangue e aumenta il rischio di sanguinamento). Ma è giusto continuarlo a prescrivere a persone che soffrono di mal di schiena, e di dolore nella parte bassa della schiena? Dopo aver letto l'articolo pubblicato giovedì sulla rivista "The Lancet", è più che dubbio, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”.  Questo è il primo trial clinico di valutazione del paracetamolo "in doppio cieco" (ossia che né i medici né i pazienti sanno cosa viene assunto) contro il placebo. In questo studio multicentrico, finanziato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche Health Medical dell'Australia e la controllata australiana dell'azienda farmaceutica GlaxoSmithKline (che commercializza il paracetamolo), 1.652 persone sono state divise in tre gruppi con caratteristiche simili con paracetamolo ad intervalli regolari ( tre volte al giorno, l'equivalente di 3990 mg), preso su rischiesta (fino a 4000 mg) e placebo. Dopo essere stato rassicurati circa la prognosi del loro dolore, tutti i pazienti hanno ricevuto i consueti consigli offerti in tali casi, ed essenzialmente hanno continuato ad essere attivi ed evitato di rimanere a letto.Durante i tre mesi di follow-up, Christopher William docente presso l'Università di Sydney a Camperdown ed i suoi colleghi hanno esaminato il tempo medio per l'intensità del dolore che è sceso da 0 o 1 (su una scala fino a 10) ed è rimasto su questo livello per una settimana. Questo periodo è stato di 17 giorni nei pazienti che hanno assunto paracetamolo, regolarmente o su richiesta, e 16 giorni per quelli cui è stato dato il placebo, una differenza statisticamente insignificante.Dopo tre mesi di questo studio, l'intensità del dolore ed il punteggio della disabilità è diminuito in tutti e tre i gruppi, ma ancora una volta senza nessuna differenza significativa.  Allo stesso modo, lo stato funzionale e la qualità del sonno sono migliorati in maniera simile tra i tre gruppi. "Questi dati suggeriscono che le raccomandazioni per il paracetamolo in prima istanza di LBP devono essere riconsiderati. Sembra che l'assistenza medica è più importante rispetto all'approccio farmacologico", hanno commentato i ricercatori, che vorrebbero capire  le ragioni dell'inefficacia del paracetamolo per la lombalgia. Ma Bart Koes e Wendy Enthoven del Erasmus Medical Center di Rotterdam sono meno categorici.  In un editoriale che accompagna l'articolo, sostengono che, anche se lo studio è di buona qualità, è necessario che questi risultati vengano replicati prima di considerare la revisione delle raccomandazioni. In particolare, sottolineano che i farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS) non sembrano avere una maggiore efficacia rispetto al paracetamolo nel trattamento della lombalgia e hanno un profilo di sicurezza meno favorevole. Questa informazione è rivolta ad un'ampia platea, dal momento che il 10% della popolazione mondiale si lamenta del mal di schiena ed il mal di schiena è la causa di un terzo della disabilità causata dal lavoro, secondo recenti studi pubblicati su riviste di Reumatologia. Ma non è da dimenticare che i medici hanno a disposizione rimedi molto più efficaci di questi farmaci analgesici di classe I e altre terapie per alleviare coloro che soffrono di più.  

Lecce, 25 luglio 2014                                                                                                                                                                                           

Giovanni D’AGATA

 

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venerdì 18 luglio 2014

Gorgonzola contaminato

COMUNICATO STAMPA

Sicurezza alimentare: Rasff, ritirato in Francia gorgonzola prodotto in Italia per contaminazione da Listeria monocytogenes .  

La Francia ha attivato, il 17 luglio 2014, il Sistema rapido di allerta europeo (Rasff n°  2014.0984) avvisando le autorità sanitarie dei diversi Paesi europei circa la presenza Listeria monocytogenes in gorgonzola prodotto in Italia e commercializzato anche in Francia. Attualmente le informazioni sulla distribuzione non sono ancora disponibili.

Il motivo del ritiro è una contaminazione da  Listeria monocytogenes, un batterio che può dare origine a disturbi gastrointestinali e in alcuni soggetti a rischio può sfociare in malattie sistemiche più gravi come la meningite. Appertenente alla classe dei Bacilli, riferendosi al NCBI Taxonomy Database, esistono sei specie del genere Listeria (L. grayi, L. innocua, L. ivanovi, L. monocytogenes, L. seeligeri e L. welshimeri). A livello di variabilità esistono diversi sierotipi di cui i più comuni, nell’infezione che riguarda gli esseri umani, sono: I/2a, I/2b e 4b.

A livello ecologico-ambientale, si tratta di un batterio che trova come suoi habitat preferiti il suolo, l’acqua, il fango, il foraggio normale e quello fermentato, ovvero quello insilato. A tale proposito si è notato che l’utilizzo di questo foraggio direttamente nell’alimentazione animale, aumenterebbe l’incidenza della listeriosi negli animali.

Gli animali che possono essere colpiti dalla Listeria monocytogenes non sono solo gli animali da allevamento ma anche quelli domestici e selvatici, dai mammiferi più comuni agli uccelli includendo anche delle specie di pesci e molluschi e ovviamente l’uomo.

La Listeria si può riscontrare nelle feci di circa il 10% della popolazione animale e umana, ciò è anche legato al fatto che questo batterio riesce a sopravvivere molto bene, pur non essendo un batterio sporigeno, sia al freddo, al caldo, e all’essiccamento, riesce infatti a svilupparsi anche in condizioni di temperatura inferiore ai 3°C.

I batteri riescono dunque anche a sopravvivere in ambienti industriali, come le industrie alimentari, dove la contaminazione può rappresentare un vero problema.

In seguito al contatto con la Listeria monocytogenes si può manifestare un quadro sintomatologico caratterizzato, ad esempio, da meningoencefalite e/o setticemia sia nei neonati sia negli adulti; infezioni intrauterine o cervicali che possono causare aborto.

Nelle donne incinte l’infezione non si manifesta nella mamma, che resta in una situazione asintomatica, ma è particolarmente pericolosa per il feto al quale viene trasmessa l’infezione, ciò che può causare la morte fetale, o bambini che al momento della nascita presentano setticemia o meningite.

L’aborto si può verificare nella seconda metà della gravidanza stessa, cioè dal momento in cui la madre ha contratto l’infezione nell’ultimo trimestre.

I sintomi della meningoencefalite sono: la febbre, il mal di testa, nausea, vomito con evidenti segni di irritazione della meninge, ai quali si possono aggiungere; delirio, choc, coma o collasso. Inoltre si possono aggiungere endocardite, lesioni del fegato e altri organi, lesioni cutanee pustolose.

Molto più sovente si può avere solo una malattia lieve con una sintomatologia tipo influenzale; febbre e sintomi gastrointestinali, lesioni papulari sulle mani e le braccia derivate dal contatto diretto con il materiali infetto.

Il decorso: nei neonati colpiti la mortalità è purtroppo molto elevata: potendo raggiungere il 50% quando si manifesta nei primi quattro giorni di vita. Anche negli adulti la mortalità può essere alta.

Per ciò che concerne la terapia: si cura con antibiotici, soprattutto ampicillina o penicillina. La dose infettiva si ipotizza che vari in base alla tipologia di ceppo e alla suscettibilità della persona contraente, ovviamente in caso di bambini, anziani e immunodepressi è più facile che anche una piccola dose sia già molto aggressiva.

 

A livello d’indagine si procede con esami al microscopio per valutare la presenza di bastoncelli nel meconio (neonati) oppure nel liquido cerebrospinale. Si procede poi nell’isolamento del batterio dal fluido cerebro-spinale, liquido amniotico, meconio, sangue ecc., l’importante è saperlo ben differenziare da altri tipi di batteri similari. In sintesi si procede con un’emocoltura del sangue dopo aver comunicato al laboratorio di analisi che si hanno dubbi su questo tipo di batterio e non su altri. Altri metodi diagnostici possono essere la biopsia del fegato.

Il tempo richiesto per le tecniche d’identificazione è variabile dalle 24 alle 48 ore di coltivazione, poi seguono altri test, in ogni caso sono necessari circa 7 giorni seguendo i metodi tradizionali.

Per quello che riguarda la diffusione, si tratta di un’infezione che molto raramente può manifestarsi a livello epidemico, ma molto più frequentemente a livello isolato.

I dati epidemiologici americani dicono che il 30% dei casi è rappresentato da neonati con età inferiore al mese e tra le persone più esposte ci sono i bambini, i giovani e le persone immunocompromesse, le donne incinte, e coloro che spesso fanno uso terapeutico di corticosteroidi, per contrastare il cancro o per terapie immunosopressive antirigetto, o per combattere l'AIDS, ma anche malati di colite ulcerosa, diabetici, asmatici.

La trasmissione avviene attraverso il canale alimentare, in modo preferenziale. Questa è la modalità più semplice per il batterio di entrare nell’organismo umano e insediarsi. Tramite la contaminazione primaria (quando l'alimento si è contaminato a livello agricolo) oppure per contatto durante la lavorazione (questo accade quando gli impianti sono contaminati).

Pertanto Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, raccomanda massima allerta e di rispettare le basilari norme igieniche anche se si può ridurre al minimo il pericolo di contrarre la listeriosi con gli accorgimenti opportuni. Le categorie a rischio dovrebbero evitare di consumare i prodotti citati. Per tutti gli altri la regola principale è avere cura nella conservazione degli alimenti,soprattutto nel frigorifero. Mentre si raccomanda di mantenere la temperatura del frigorifero tra i 4 e i 5 gradi, anche se la maggior parte dei frigoriferi domestici li supera abbondantemente arrivando agli 8. Inoltre la Listeria sopravvive alle temperature basse del frigorifero, ma muore con il calore della cottura.

Lecce, 18 luglio 2014                                                                                                                                                                                           

Giovanni D’AGATA

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sabato 5 luglio 2014

SULLA PROPONIBILITA’ DELL’AZIONE COLLETTIVA

SULLA PROPONIBILITA’ DELL’AZIONE COLLETTIVA L’azione collettiva è proponibile in sede civile, amministrativa, tributaria. A titolo esemplificativo, in sede civile, si indicano le materie interessate: D.Lgs. 20 dicembre 2009,n.198: “Attuazione dell’art.4 della L. 4 marzo 2009,n. 15, in materia di ricorso per l’efficienza delle amministrazioni e dei concessionari si servizi pubblici”; delibera n.173/07/CONS:” Regolamento in materia di procedure di risoluzione delle controversie tra operatori di comunicazioni elettroniche ed utenti, approvate con Delibera 173/07/CONS,. Testo coordinato con le modifiche apportate dalla Delibera n.95/08/CONS e dalla Delibera 502/08/CONS”; D.Lgs 2 agosto 2007, n.146: “Attuazione della direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno e che modifica le direttive 84/450/CEE, 97/7/CE,98/27/CE,2002/65/CE, e il Regolamento (CE), n.2006/2004”; D.Lgs 2 agosto,2007,n.145: “Attuazione dell’articolo 14 della direttiva 2005/29/CE che modifica la direttiva 84/450/CEE sulla pubblicità ingannevole”; Delibera n. 664/06/CONS:” Adozione del regolamento recante disposizioni a tutela dell’utenza in materia di fornitura di servizi di comunicazione elettronica mediante contratti a distanza”; D.lgs, 6 settembre 2006,n.206 ( cd. “Codice del Consumo”); Allegato A alla delibera n. 179/03/CSP del 24 luglio 2003:” Direttiva generale in materia di qualità e carte dei servizi di telecomunicazioni ai sensi dell’articolo 1,comma 6, lettera b), numero 2, della Legge 31 luglio 1997,n.249”; Legge 29 marzo 2001, n.135: Riforma della legislazione nazionale del turismo”; Direttiva Regolamento CE 17 giugno 2008, n.593/2008 :”Sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma 1)” ; Direttiva 23 aprile 2008, n.2008/48/CE: “relativa ai contratti di credito ai consumatori, che abroga la direttiva 87/102/CEE)”; Regolamento CE N.261/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 febbraio 2004: “regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato e che abroga il regolamento CEE n.295/91”; Direttiva 14 gennaio 2009, n.2008/122/CE:” Tutela dei consumatori per quanto riguarda taluni aspetti dei contratti di multiproprietà, dei contratti relativi ai prodotti per le vacanze di lungo termine e dei contratti di rivendita e di scambio”. Allo stato la legge sull’azione collettiva preclude l’azione di classe per gli illeciti extracontrattuali ammettendola esclusivamente per i diritti contrattuali dei consumatori ed utenti, escludendo le categorie di danneggiati che sorgono per fatti illeciti altrui (es. inquinamento di una falda acquifera, dell’aria, del suolo o per i danni causati a seguito di esposizione a materiali cancerogeni ed i lavoratori dipendenti di un’azienda. Quanto al diritto ambientale emerge una spiccata lacuna in merito alla riferibilità degli interessi in capo alla persona nella duplice dimensione individuale e collettiva, così come previsti dalla nostra Carta costituzionale; infatti, in tema di ’inquinamento ambientale, assume rilevanza sia la lesione al bene della vita del singolo, sia il danno nell’ambito squisitamente collettivo, ossia laddove, in realtà, si svolgono le attività di gruppi danneggiati nella propria generalità. A riguardo il Tribunale di Roma, con due diverse ordinanze depositate il 2 maggio 2013 relative ad azioni proposte da cittadini molisani nei confronti dei Comuni di Petacciato e di Montenero di Bisaccia, ha lasciato intravedere una significativa apertura in materia di tutela ambientale, poiché, per la prima volta, sono state ritenute ammissibili le azioni condanna alla restituzione per tutti gli utenti del servizio, in dipendenza della non possibilità di fruire del servizio idrico per i mesi di dicembre 2010 e gennaio 2011. In tale decisione i Giudici aditi hanno statuito che dovessero inclusi nella classe, e, potessero aderire all’azione, tutti i soggetti titolari di un contratto di somministrazione idrica con i Comuni premenzionati; in tal modo è stata assicurata l’effettività dello strumento di tutela di cui all’art.140 bis C.P.C., sancendo che l’azione collettiva ben può essere promossa nei confronti della P.A., non solo nell’ipotesi in cui eserciti attività imprenditoriale, bensì anche quando , direttamente, la medesima eroghi un pubblico servizio di erogazione dell’acqua, poiché in detto rapporto il Comune convenuto agisce “iure privatorum” e non quale esercente funzioni pubbliche. Per questo l’attività svolta dalla P.A. ha natura di diritto privato e, nei rapporti tra utente ed erogatore del servizio, il primo è titolare di un diritto soggettivo, dimodochè , nella fattispecie,non rileva che le tariffe siano determinate con atto “autoritativo”, per cui le tariffe,una volta emesse, acquistano la veste di elementi necessari ed obbligatori del contratto. Infatti la fattispecie in parola non ricade , come obiettato dai Comuni resistenti, nella previsione di cui al d.lgs. 198/2009, attuazione della l. 4 marzo 2009 n.15 in tema di efficienza della P.A., poiché la “class action” di cui al codice del consumo modificata dall’art.8 d.l. 1/2012 convertito in legge 27/2012, va distinta da quella di cui alla l.15/2009 e d.lgs. 198/2009 attuativo della riforma , in quanto la prima si riferisce alle lesioni dei diritti degli utenti in sede contrattuale ed extracontrattuale, mentre la seconda (i marca pubblicistica) involge il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione. Il Tribunale adito, nel merito, rileva come lo stesso ente erogatore aveva segnalato la non conformità a taluni parametri di legge di campioni d’acqua prelevati lungo gli impianti dell’acquedotto, ragion per cui il Comune, agendo a tutela della salute pubblica, aveva vietato “ l’uso e consumo dell’acqua a scopo potabile, in particolare , l’uso dell’acqua come bevanda e per la preparazione dei cibi”; conseguentemente, anche in assenza di responsabilità del Comune in ordine ai fatti allegati dai ricorrenti, lo stesso veniva condannato alle restituzioni , ex art.140 bis C.P.C., per non avere le parti attrici fruito totalmente del servizio idrico per il periodo indicato. In sede amministrativa l’azione collettiva è caratterizzata in questi termini: a) per quel che concerne la legittimazione attiva, l’art.1 comma 4 del d.lgs.198/2009 richiama la nozione di “interessi diffusi”, i quali esprimono una tensione super-individuale a un bene a fruizione collettiva che non presuppone, necessariamente, un collegamento con una posizione giuridica o con un rapporto preesistente: infatti l’essere persona, di per sé, rende partecipe il singolo dell’interesse alla tutela ed al godimento dei beni ambientali. Gli “ interessi diffusi” esprimono “ gli interessi giuridicamente rilevanti ed omogenei per una pluralità di utenti e consumatori” che rinuardino sia i singoli aventi un interesse diretto, concreto ed attuale, corrispondente ad una situazione giuridica tutelata, sia le associazioni e i comitati che intendano adeguatamente tutelare gli interessi dei propri associati). In questa materia diversamente da quella dei consumatori o della tutela dell’ambiente non si è voluto circoscrivere l’ambito di legittimazione ad un elenco di utenti, rappresentativi degli interessi collettivi dei cittadini, allo scopo di allargare lo spazio della garanzia attribuita ai medesimi, ogniqualvolta gli interessi in gioco siano “rilevanti ed omogenei”; b) l’oggetto del ricorso verte in tema di “violazione degli standard qualitativi ed economici stabiliti, per i concessionari di servizi pubblici, dalle autorità preposte alla regolazione ed al controllo del settore e, per le pubbliche amministrazioni, definiti dalle stesse in conformità alle disposizioni in materia di performance contenute nel decreto legislativo 27 ottobre 2009,n.150” ( violazioni di prescrizioni cogenti presenti all’interno delle carte dei servizi , intesi quali documenti che illustrano tutti quei servizi erogati da una amministrazione pubblica e che obbligano tutti i componenti di essa all’osservanza di determinati comportamenti e standard di prestazione, la cui trasgressione dà adito all’ingresso di un’azione di classe); c) la giurisdizione è attribuita in via esclusiva al giudice amministrativo (ex art.33 d.lgs. 80/1998), permettendo, così, l’esercizio di un pieno controllo di funzionalità sull’operato della P.A.; d) in contrasto con il principio della derogabilità della competenza territoriale propria del diritto amministrativo, le questioni di competenza sono rilevabili anche d’ufficio; e) con la propria decisione il giudice amministrativo ordina alla P.A. di porre rimedio alla violazione accertata “entro un congruo termine”, sicchè il persistente atteggiamento “negligente” dell’ amministrazione dà ingresso al giudizio di ottemperanza (art.27, comma 1 R.D. 1054/1924) il quale attribuisce al giudice amministrativo una giurisdizione esclusiva con poteri di sindacato pieno e sostitutivo nei confronti dell’azione amministrativa. In sede tributaria, la Cassazione Sezione Tributaria con sentenza n.44490 del 22/02/2013, ha considerato rituale la proposizione di un unico ricorso cumulativo da parte di diversi contribuenti contro gli avvisi di accertamento aventi ad oggetto un’identica questione ( la fattispecie verteva in tema di avvisi di accertamento per il rilassamento degli estimi catastali, il cui procedimento, avviato dalla locale Agenzia del Territorio a richiesta del Comune di Lecce, aveva costituito un aggravio, in tema di oneri e tributi, per tutti i proprietari di immobili interessati). Nella sentenza in questione i Giudici di legittimità hanno ritenuto applicabile, pure nel rito tributario, l’art.103 c.1 C.P.C, nella parte in cui dispone che “più parti possono agire o essere convenute nello stesso processo, quando tra le cause che si propongono esiste connessione per l’oggetto o per il titolo dal quale dipendono oppure quando la decisione dipende, totalmente o parzialmente, dalla soluzione di d identiche questioni.”. Ad avviso del Supremo Collegio è riscontrata la “legittimità del ricorso congiunto proposto da più contribuenti, anche se in relazione a distinte cartelle di pagamento, ove abbia ad oggetto, come evincibile nella specie del contenuto dell’atto introduttivo integralmente riportato in ossequio al principio di autosufficienza, identiche questioni dalla cui soluzione dipenda la decisione della causa”. La proponibilità del ricorso di classe comporta un sensibile risparmio per i contribuenti in ordine alle spese legali, ma non in ordine al pagamento per ogni atto impugnato in ragione del contributo unificato tributario (cfr. Direttiva Ministero dell’Economia e delle Finanze del 14 dicembre 2012 (prot.n.20120). In precedenza la Corte di Cassazione Sezione Tributaria con sentenza n.21955 del 27 ottobre 2010 aveva ritenuto ammissibile la “class action” nel processo tributario sulle orme dello stesso principio enunciato dalla Corte di Cassazione Sezione Prima con la sentenza n.171 del 02 luglio 1990. A questo punto si formula un modello di adesione all’azione collettiva che,previa indicazione delle rispettive parti e specificazione dell’oggetto del contendere, può essere impiegato per ogni ricorso nella materia che qui occupa.

mercoledì 2 luglio 2014

Ma gestire un sito internet (qualunque) è attività pericolosa? Domande al Garante

Ma gestire un sito internet (qualunque) è attività pericolosa? Domande al Garante Mi sforzerò di essere meno qualunquista del solito e di non fare terrorismo psicologico: la domanda mi è venuta leggendo il provvedimento del Garante Privacy sui cookies dell’8 maggio 2014. Lo stesso Garante, del resto, consapevole della bomba che deflagrerà quando anche i mass media tradizionali se ne accorgeranno (e pure la rete che pare assopita), prevede un anno di periodo transitorio per potersi conformare alle modalità semplificate previste dal provvedimento (non entro del merito della legittimità della sospensione – apprezzabilissima – all’applicazione di una norma di legge, ad opera di un provvedimento di un’autorità indipendente), dicendosi “consapevole dell’impatto, anche economico, che la disciplina sui cookie avrà sull’intero settore della società dei servizi dell’informazione e, quindi, del fatto che la realizzazione delle misure necessarie a dare attuazione al presente provvedimento richiederà un notevole impegno, anche in termini di tempo”. So bene che il provvedimento discende dall’articolo 122 del Codice Privacy nella versione introdotta da decreto legislativo che a sua volta recepisce direttive comunitarie. So bene tutto questo, so bene che i cookies possono in determinate occasioni risultare subdoli (perché poco conosciuti e persistenti) strumenti di profilazione e, in generale, di trattamento illecito dei dati. So bene che la logica della regolamentazione – comunitaria e nazionale – prevale su tutto e ben difficilmente avrà un freno, perché, prima di tutto, alimenta se stessa e coloro che se ne nutrono. Qui però si tratta di fare una valutazione ad ampio raggio, avendo presente che non si tratta solo di questione economica (oneri per titolari e gestori di siti internet per adeguarsi alle prescrizioni del Codice Privacy e del Garante Privacy) ma di libertà di espressione, (ripeto, non voglio estremizzare, non è nella mia natura), perché la mancata informativa anche in un semplice blog, magari in relazione a cookies di terze parti utilizzate dalla piattaforma di cui ci si avvale e di cui non si sapeva neppure l’esistenza, potrà comportare l’irrogazione delle sanzioni del Codice Privacy che sono piuttosto pesanti (si veda il provvedimento). Mi si dirà: l’applicazione sarà ragionevole e di conseguenza anche le sanzioni. Figuriamoci se mi fido della ragionevolezza! Anche perché, ad esempio, i confini della nozione di informativa incompleta sono piuttosto labili, e lasciano ampi margini di discrezionalità (nel bene e nel male). Domando al Garante: in cosa consiste la semplificazione? l’informativa breve (banda, banner, pop up, ecc.) si somma comunque a quella integrale da pubblicare sul sito; era ammissibile pensare ad una differenziazione di adempimenti tra siti, salvi i casi di trattamenti più delicati? la piattaforma di commercio elettronico ha esigenze diverse dal blog; non si poteva prevedere la possibilità di consentire cancellazioni/consensi a blocchi? ad esempio “accetta/rifiuta tutti i cookies di sessione funzionali alla navigazione del sito”; per i siti che utilizzano solo cookies analytics (e sono tanti), potevano ipotizzarsi esenzioni? ad esempio, scrivere nel footer: “questo sito utilizza Google Analytics e i relativi cookies” e fine degli incombenti. E poi la domanda delle domande (ma questa non è per il Garante): vale la pena? ossia, applicando i principi di necessità e proporzionalità cari alla privacy, gli adempimenti richiesti sono necessari e proporzionali all’obiettivo? Scritto da Antonio Zama

martedì 1 luglio 2014

Consumatori, UE: servizi bancari, settore più problematico

Consumatori, UE: servizi bancari, settore più problematico Nel 2013 è migliorata la performance dei mercati di consumo. Tra i beni e i servizi, è il primo settore a registrate risultati migliori. E’ quanto emerge dal 10° quadro di valutazione dei mercati dei beni di consumo presentato oggi dalla Commissione Europea. “Il quadro di valutazione dei mercati dei beni di consumo che pubblichiamo oggi dimostra che, complessivamente, le condizioni di mercato sono sempre più favorevoli ai consumatori. Molto rimane tuttavia da fare, in special modo per i servizi e l’energia” ha commentato Neven Mimica, Commissario per la Politica dei consumatori. Comparabilità delle offerte, fiducia nelle imprese, problemi, reclami e soddisfazione rispetto alle imprese sono gli elementi che i consumatori europei hanno utilizzato per comparare le performance di 52 mercati al consumo, dalle autovetture di seconda mano agli alloggi per vacanze. Dal Report emerge che la performance di mercato sta migliorando e che i mercati di beni vantano performance di gran lunga migliori rispetto ai mercati di servizi, sebbene il divario si stia leggermente riducendo. Rispetto al 2012 sono alcuni dei mercati caratterizzati dai risultati più modesti, come quello dei carburanti per veicoli e quello dei servizi ferroviari, ad aver registrato i miglioramenti più significativi; Tuttavia, i servizi bancari restano il settore più problematico, con i mercati dei prodotti d’investimento e i mutui in fondo alla graduatoria, ben al di sotto della media del settore dei servizi. Nell’attuale clima economico garantire che i servizi finanziari operino a favore dei consumatori costituisce un elemento essenziale della politica dei consumatori dell’UE; Per i mercati delle telecomunicazioni, invece, il Report registra un risultato molto inferiore alla media in termini di fiducia, scelta degli operatori e soddisfazione generale del consumatore: tra tutti i cluster di mercato questo è il settore in cui maggiore è l’incidenza di problemi e di reclami. Fortunatamente i risultati in termini di comparabilità e facilità di cambiare operatore sono sopra la media e i tassi di cambio di operatore sono i più elevati di tutti i cluster di mercato. Al di sotto della media anche i servizi di pubblica utilità: nonostante recenti miglioramenti, i mercati dei servizi di pubblica utilità continuano a riportare risultati modesti in termini di comparabilità delle offerte, scelta dei fornitori, facilità di passaggio da un fornitore all’altro e numero effettivo di passaggi effettuati. La Commissione sta lavorando con le principali parti interessate per aumentare la trasparenza delle offerte e delle bollette energetiche, garantire l’accesso dei clienti ai dati di consumo e facilitare il passaggio da un fornitore all’altro. Risultati modesti per i mercati delle automobili di seconda mano e dei carburanti per veicoli, entrambi ben al di sotto della media. È stato appena ultimato uno studio approfondito sul mercato dei carburanti per veicoli a livello di UE. http://www.helpconsumatori.it/diritti/consumatori-ue-servizi-bancari-settore-piu-problematico/83440