giovedì 18 dicembre 2014

Gite hard


COMUNICATO STAMPA

Sette ragazze adolescenti incinte dopo una gita scolastica. I professori si schierano contro le gite scolastiche

Un'escursione fatidica di una classe di una scuola bosniaca fa oggi notizia. Sette ragazze hanno riferito di essere rimaste incinte durante il viaggio d'istruzione. La gita scolastica di cinque giorni riguarda una classe di una scuola della Bosnia è ovviamente qualcosa è andato fuori controllo. Le sette ragazze hanno un'età comprensiva tra i 13 e i 14 anni. "E 'ovvio che ci sono omissioni da parte dei genitori, ma anche delle istituzioni scolastiche". Il problema sembra interessare l'intero paese. E' preoccupante sia il numero di ragazze sessualmente attive di età compresa tra i 13 ed i 15 anni di età, che il numero di donne minorenni in gravidanza. Ora nel paese si discute per la mancanza di istruzione e di educazione sessuale.Per Giovanni D'Agata presidente dello “Sportello dei Diritti” accompagnare gli studenti nei viaggi d'istruzione è diverso rispetto a dover fare lezione in classe. Bisogna controllare che non succeda nulla ed assicurarsi che tutti i ragazzi siano al sicuro. Ma non sempre ci si riesce. Molto spesso, infatti, durante tali occasioni gli adolescenti vivono il loro primo impatto con il sesso, presi dalla loro voglia sfrenata di libertà. La lontananza dei genitori, che li attendono trepidanti a casa, la complicità con i compagni di classe, non sono altro che ingredienti utili a far sì che la gita scolastica si riveli un’ opportunità concreta per vivere la fatidica prima volta. Per questo diversi insegnanti ritengono che non ne valga la pena: troppi rischi e troppe implicazioni penali e civili. Così negli ultimi 10 anni il numero degli insegnanti disponibili ad accompagnare gli studenti in gita si è dimezzato.

Lecce, 18 dicembre 2014                                                                                                                                                                                            

Giovanni D’AGATA

 

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sabato 25 ottobre 2014

farmaci pericolosi

Farmaci difettosi. NAS nelle farmacie per il ritiro dal commercio di alcuni lotti di medicine: CITOGEL della ditta Geymonat S.p.A, MENINGITEC della ditta Nuron Biotec BV sita in Olanda , MEROPENEM HOSPIRA della ditta Hospira italia Srl   Continua senza sosta l'attività di controllo sulla sicurezza dei farmaci dell’Agenzia Italiana per il Farmaco. Con l’ennesimo allarme l'AIFA ha allertato i Carabinieri del Nas che si sono presentati nei depositi farmaceutici e nelle farmacie di tutta Italia per verificare l'avvenuto ritiro dal mercato dei medicinali:   CITOGEL della ditta Geymonat S.p.A. Oggetto di ritiro perché il  medicinale analizzato non ha la composizione qualitativa e quantitativa dichiarata. CITOGEL di uso elettivo e specifico in ulcera gastrica, ulcera duodenale, gastrite acuta, gastriti croniche sintomatiche,gastropatia da FANS, esofagite da reflusso.   MENINGITEC della ditta Nuron Biotec BV sita in Olanda. Oggetto di ritiro perché in alcuni lotti del medicinale MENINGITEC SOSPENSIONE INIETTABILE IN SIRINGA PRERIEMPITA AIC 035438062 per presenza di corpo estraneo color arancio rossastro identificato come ossido di ferro e acciaio Inossidabile. MENINGITEC è un vaccino indicato nell'immunizzazione attiva di bambini a partire dai 2 mesi di età, di adolescenti e di adulti per la prevenzione della malattia invasiva provocata da Neisseria meningitidis di sierogruppo C.   MEROPENEM HOSPIRA della ditta Hospira italia Srl. Oggetto di ritiro a seguito della comunicazione della ditta, concernente difetto nel flaconcino. MEROPENEM HOSPIRA è indicato per il trattamento delle seguenti infezioni negli adulti e nei bambini sopra i 3 mesi d’età • Polmonite, compresa polmonite acquisita in comunità e polmonite nosocomiale • Infezioni broncopolmonari nella fibrosi cistica • Infezioni complicate delle vie urinarie • Infezioni complicate intra-addominali • Infezioni intra e post-partum • Infezioni complicate della cute e dei tessuti molli • Meningite batterica acuta Meropenem può essere usato nella gestione dei pazienti neutropenici con febbre di sospetta origine d’infezione batterica.   In virtù di tali comunicazioni, Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, invita i pazienti a non utilizzare i medicinali in questione riferito ai lotti di cui ai comunicati istituzionali.   Lecce, 25 ottobre 2014               

venerdì 24 ottobre 2014

Il Comune risponde delle lesioni subite dal cittadino scivolato sulla pavimentazione stradale disconnessa

COMUNICATO STAMPA Il Comune risponde delle lesioni subite dal cittadino scivolato sulla pavimentazione stradale disconnessa. L'ente deve risarcire i danni secondo la Cassazione che esclude il caso fortuito Un'altra significativa sentenza della Corte di Cassazione in materia di responsabilità degli enti proprietari o custodi delle strade è stata depositata ieri 23 ottobre.A darne notizia Giovanni D’Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, che evidenzia come con la sentenza n. 22528 il Comune sia ritenuto responsabile della caduta del minore scivolato sulla pavimentazione disconnessa non segnalata.I giudici della sesta sezione civile hanno, infatti, accolto le doglianze di un giovane, all'epoca dei fatti minore, che aveva deciso di ricorrere avverso una sentenza della Corte d'appello di Napoli che aveva dato ragione ad un Comune.Il ricorrente chiedeva il risarcimento dei danni da sinistro stradale, perché scivolava su un cubetto instabile della pavimentazione stradale non visibile né tanto meno segnalato che gli causava lesioni personali alla caviglia. Il punto sui cui il giovane insisteva era che la decisione dei giudici di secondo grado aveva applicato al suo caso, una giurisprudenza ormai consolidata in materia, «basata sull'insidia e il trabocchetto».Per gli ermellini, la presunzione di responsabilità di danni alle cose si applica, «ai sensi dell'articolo 2051 c.c. per i danni subiti dagli utenti dei beni demaniali, quando la custodia del bene, intesa quale potere di fatto sulla cosa legittimamente e doverosamente esercitato, sia esercitabile nel caso concreto, tenuto conto delle circostanze, della natura limitata del tratto di strada vigilato».La presunzione, in queste circostanze, resta superata dalla prova del caso fortuito, «e tale non appare il comportamento del danneggiato che cade in presenza di un avvallamento sul marciapiede coperto da uno strato di ghiaino, ma lasciato aperto al calpestio del pubblico, senza alcuna segnalazione delle condizioni di pericolo». Lecce, 24 ottobre 2014 Giovanni D’AGATA _______________________________________________________________________________________________ 73100 Lecce via G. D’Annunzio n° 37 - Tel. 320/8496515 - e mail: dagatagiovanni@virgilio.it - www.sportellodeidiritti.org ® - c.f. 93106630754

martedì 21 ottobre 2014

bovino tedesco contaminato

COMUNICATO STAMPA  Manzo all'antrace. Allarme nei supermercati tedeschi. In diversi supermercati, macellerie e grossisti di tutto il territorio nazionale la carne di bovino è stata trovata contaminata dall'antrace. Sono interessate le salsicce ed il gulasch L'Ufficio federale della protezione dei consumatori e della sicurezza degli alimenti (BVL) ha pubblicato un'allerta riguardo la contaminazione della carne bovina con l'antrace. Ecco perchè i produttori hanno ritirato dai tutti i punti vendita  i prodotti interessati ancora esposti  sugli scaffali.Già venerdì, un comunicato diffuso dall'Ufficio federale della sicurezza alimentare tedesco aveva avvertito che i prodotti di carne bovina erano contaminati in tutta la Germania. Questa sera l'allerta è stata diffusa a tutta la nazione. Dopo l'ultimo avviso che riguardava la regione Reno-Vestfalia del Nord altro antrace è stato trovato nei campioni di carne in sei supermercati, macellerie e carne bovina dei grossisti. "Avviso di precauzione"Secondo il BVL e l'ufficio di stato del Nord Reno-Westfalia l'arrosto di manzo, il Corned Beef, lo stufato di manzo, gli involtini, e altri prodotti sono interessati. Il comunicato diffuso oggi dall'Ufficio federale della sicurezza alimentare tedesco è molto chiaro e non lascia spazio a dubbi: "L'allerta è stata divulgata come misura precauzionale".L'antrace, detta anche "carbonchio", è un'infezione acuta causata dal batterio Bacillus anthracis. Generalmente si manifesta come malattia endemica in animali erbivori selvatici o domestici, quali pecore, bovini, cavalli, capre e suini, ma può anche svilupparsi nell'uomo, per esposizione ad animali infetti, tessuti di animali infetti, inalazione di spore del batterio od ingestione di cibo contaminato da queste. Non sono mai stati registrati casi di trasmissione da uomo a uomo.Dell'antrace esistono diverse forme di differente pericolosità classificate in base alla via d'ingresso: cutanea (la forma più frequente), polmonare (rara) e gastrointestinale (rarissima).I sintomi dell'antrace polmonare sono inizialmente molto simili a quelli di una comune influenza (febbre, tosse, affaticamento) ma nell'arco di tre, quattro giorni degenerano verso un quadro clinico molto più grave, con difficoltà respiratorie, stato di shock e perdita di conoscenza. Se non curata, l'infezione di antrace porta alla morte in circa sette/dieci giorni, con una letalità del 20%, che cresce notevolmente nelle varianti polmonare e intestinale.Il termine deriva dal greco ἄνθραξ, che significa "carbone", dal colore nero delle lesioni cutanee che si sviluppano nelle vittime di questa infezione. L'antrace si trova in tutto il mondo. È più comune nei paesi in via di sviluppo o in paesi senza programmi di prevenzione veterinaria. Certe regioni del mondo hanno un'incidenza più alta di antrace tra gli animali: America Centrale e Meridionale, Europa dell'Est, Africa, Caraibi e Medio Oriente. Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” rilanciando l'allerta riportata dal governo tedesco invita i grossisti italiani che hanno  acquistato partite di questa carne di astenersi dalla commercializzazione sul nostro territorio, invitando le autorità a vigilare in tal senso. Lecce, 21 ottobre 2014                                                                                                                                                                                             Giovanni D’AGATA

mercoledì 27 agosto 2014

Rischio di incendio: Suzuki richiama 19.000 vetture negli USA. Il motivo un ragno nello fiato del sistema di alimentazione

COMUNICATO STAMPA

Rischio di incendio: Suzuki richiama 19.000 vetture negli Stati Uniti.  Il motivo un ragno nello fiato del sistema di alimentazione 

Suzuki ha avviato il richiamo di 19.000 vetture negli Stati Uniti. Il motivo, risiederebbe in un fatto assai curioso, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”: un ragno potrebbe costruire le sue tele preferibilmente nei tubi di sfiato del sistema di alimentazione che potrebbe causare danni. I giapponesi avevano già scoperto il problema causato da questi animali già quattro anni fa. Suzuki ha quindi deciso di sottoporre a questa procedura di richiamo negli Stati Uniti il modello della Kizashi. Secondo la US Transportation Security Administration (NHTSA), un tipo di ragno potrebbe tessere la propria tela nella linea di sfiato intrappolando i vapori di benzina che non possono essere eliminati poichè le ragnatele bloccano il tubo di scarico con un aumento del rischio di incendi attraverso una concatenazione di eventi. Gli animali sarebbero attratti dai fumi. Per risolverlo, una molla dovrebbe impedire agli animali in questione di fare tutto ciò. Interessate sono i veicoli Kizashi prodotte negli anni 2010 fino al 2013. Tuttavia, la casa automobilistica giapponese non è la prima casa automobilistica che lotta contro l'infestazione dei ragni. Le specie di ragno appartiene ai membri della famiglia dei ragni ciechi (Clubionidae).  Essi sono da grandi cinque a otto millimetri, cacciatori notturni per lo più di colore scuro. 

Lecce, 27 agosto 2014                                                                                                                                                                                           

Giovanni D’AGATA

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domenica 3 agosto 2014

I peperoncini possono inibire i tumori intestinali. I ricercatori hanno scoperto che la capsaicina provoca l'attivazione di un recettore nelle cellule dell'intestino

COMUNICATO STAMPA

I peperoncini possono inibire i tumori intestinali. I ricercatori hanno scoperto che la capsaicina provoca l'attivazione di un recettore nelle cellule dell'intestino

I ricercatori di San Diego, negli Stati Uniti, presso la school of Medicine della University of California, hanno scoperto che capsaicina, un principio attivo presente nei peperoncini piccanti come quegli del Cile, producono l'attivazione permanente di un recettore per le cellule che rivestono l'intestino dei topi, generando una reazione che riduce il rischio di tumori del colon-retto.Il ricevitore o il canale ionico, chiamato TRPV1, fu scoperto originariamente in neuroni sensoriali, dove agisce come una sentinella per calore, acidità e sostanze chimiche del piccanteLo studio è stato pubblicato questo venerdì in 'Giornale di ricerca clinica'. Pertanto, TRPV1 è stato descritto come un recettore molecolare di dolore. I canali ionici TRPV1 e TRPV2 sono attivati da diversi stimoli come acidi, protoni extracellulari, alte temperature, tossine di piante e agonisti vanilloidi, così definiti per la presenza nella loro struttura di un nucleo vanillinico, come nella capsaicina ossia il principio attivo del peperoncino. Oltre alla capsaicina, molti altri composti naturali irritanti sono in grado di attivare i recettori vanilloidi. I ricercatori hanno notato che il meccanismo di transduzione attivato dalla capsaicina è identico a quello indotto dalle alte temperature: i canali TRPV1 si aprono e permettono a una corrente che depolarizza il neurone di penetrare e generare un segnale elettrico che si propaga fino al cervello. Quindi i recettori TRPV1 funzionano come ‘termometri molecolari’ in quanto si attivano quando lo stimolo termico oltrepassa i 43°C. Recenti studi hanno inoltre osservato che il ligando endocannabinoide anandamide agisce come agonista endogeno nei confronti del recettore vanilloide. Generalmente i vanilloidi esercitano un’azione bifasica sui nervi sensoriali, cioè dapprima vi è una eccitazione seguita da un durevole periodo refrattario. L’esposizione alla capsaicina porta prima una sensazione di bruciore e in seguito un periodo di analgesia, in cui il neurone non riesce a rispondere a stimoli nocicettivi di diversa natura. Il ruolo del recettore vanilloide nella sensazione dolorifica e l’osservazione che durante condizioni infiammatorie l’espressione di TRPV1 è aumentata hanno indotto la ricerca di nuovi antagonisti TRPV1 che potrebbero avere potenziale terapeutico negli stati di dolore cronico.Ma Raz e i suoi colleghi hanno trovato che TPRV1 è inoltre stimolato dalle cellule epiteliali intestinali, ove attivato dalla crescita del recettore del fattore epidermico (EGFR). EGFR è il recettore nella guida della proliferazione dell'intestino di cellule principali, il cui rivestimento epiteliale è sostituito circa ogni quattro-sei giorni. Petrus De Jong, uno degli autori principali dello studio ha dichiarato "Un livello base di attività EGFR è necessaria per mantenere la normale rotazione delle cellule nell'intestino" . "Tuttavia, se la segnalazione di EGFR è consentita senza restrizioni, aumenta il rischio di sviluppo di tumori sporadici".Gli scienziati hanno scoperto che TRPV1, una volta attivato da EGFR, avvia un feedback negativo diretto sulla EGFR, riducendo quest'ultima per ridurre il rischio di una indesiderata crescita e sviluppo del tumore intestinale. "Questi risultati hanno mostrato che l'epitelio TRPV1 normalmente funziona come un soppressore dei tumori nell'intestino," "L'associazione diretta tra la funzione di TRPV1 e cancro colorettale umano deve essere affrontata in studi futuri,", afferma l'esperto. Questo studio suggerisce che un potenziale rimedio potrebbe essere la capsaicina piccante, che agisce come un irritante nei mammiferi, generando una sensazione di bruciore a contatto con il tessuto.La capsaicina è già ampiamente usata come analgesico e grazie alle sue proprietà di intorpidimento dei nervi è utilizzata come irritante nei gas lacrimogeni meno pericolosi. È inoltre l'ingrediente attivo degli spray al pepe.I ricercatori hanno alimentato con la capsaicina topi geneticamente inclini a sviluppare tumori multipli nel tratto gastrointestinale. Il trattamento ha comportato una riduzione dell'onere di tumore ed allungando la vita dei topi più del 30 per cento, un trattamento che è risultato ancora più efficace se combinato con celecoxib, un farmaco antinfiammatorio non steroideo COX-2 già approvato per l'uso in alcune forme di artrite e dolori. Per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, una scoperta importante, che apre la strada a nuovi studi e, si spera, a nuove terapie.

Lecce, 3 agosto 2014

                                                                                                                                                                                         Giovanni D’AGATA

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UN ESEMPIO DI LUCRO CESSANTE PER MORTE DI UN FIGLIO MINORE

UN ESEMPIO DI LUCRO CESSANTE PER MORTE DI UN FIGLIO MINORE

La  recentissima sentenza della Suprema Corte (CASS.CIV., III,14 maggio - 11 luglio 2014,n.15909), in tema di risarcimento del danno per decesso da responsabilità sanitaria, pone = e ripropone = questioni giuridiche massimamente importanti, fissando  regole del diritto di somma pregnanza .

Lo Scrivente muove dal caso specifico per delineare  tratti salienti  del problema generale, limitandosi = per ragioni contigenti di spazio e destinazione dell’elaborato = a centrare il nucleo essenziale del quesito, lambendo i contorni e sfiorando i confini che circoscrivono il tema assegnato, gravido  di contenuti quanto   foriero di  irrisolte ma  risolvibili  diatribe.

Nella causa in rilievo i Giudici di legittimità, chiamati a dirimere una controversia in ordine alla domanda dei genitori di un minore di anni uno, deceduto in conseguenza di un fatto illecito, hanno rigettato il ricorso dei medesimi.”

Nella fattispecie, Il diritto azionato dai ricorrenti, riguardava il risarcimento  dei danni conseguenti alla morte del proprio figlio,di poco meno di tre anni d’età, conseguente a colpa del personale sanitario dell’ospedale dove avevano ricoverato il bambino presso il relativo  pronto soccorso  in quanto presentava febbre alta, difficoltà respiratoria e voce rauca. Dal pronto soccorso il piccolo era stato trasferito nel reparto pediatria con diagnosi di sospetta epiglottide; nonostante la somministrazione di  terapia per aerosol con adrenalina e ossigenoterapia, le di lui condizioni erano peggiorate, al punto che, dopo aver perso i sensi aveva subito un  arresto cardiocircolatorio.  Solo a quel punto erano stati  chiamati l’anestesista e l’otorino, ma, nonostante l’anestesista avesse compiuto la manovra di intubazione tracheale con conseguente ventilazione meccanica, ciò non aveva evitato l’ischemia cerebrale conseguente alla prolungata carenza di ossigeno. Il bambino, trasferito presso il reparto  universitario di pediatria in stato di coma, era poi morto cinque giorni dopo. All’esito del giudizio di primo grado l Tribunale accertava la responsabilità di quest’ultima nella determinazione dell’evento letale e condannava, quindi, la USL  al risarcimento dei danni nella misura di Euro 87.000 per ciascuno dei genitori e di Euro 13.000 in favore della sorella, e, dando atto dell’avvenuto versamento della “ somma di Euro 103.291,38 in favore di ciascuno dei genitori e di Euro 25.822 in favore della sorella” dichiarava “ che tali importi erano totalmente satisfattivi”. La  sentenza veniva  appellata in via principale dai familiari della vittima e in via incidentale dalla USL n.X e dalla sanitaria convenuta. La Corte d’appello di Venezia, con sentenza del 2 agosto 2007, in parziale riforma di quella di primo grado, accoglieva “per quanto di ragione, l’appello principale e l’appello incidentale della Dott.ssa predetta” condannando “la USL all’ulteriore risarcimento in favore della sola...,nella misura di Euro 24.545,02, con rivalutazione e interessi, condannò  la società di assicurazione, ciascuna nella propria percentuale, a tenere indenne la USL di quanto eventualmente a suo carico” regolando  le spese di entrambi i gradi di giudizio.

 Il ricorso dei genitori della vittima  chiedeva il riconoscimento della voce di danno lucro cessante, ossia il  diritto a percepire un risarcimento del danno patrimoniale in relazione alla futura contribuzione del bimbo alla gestione della vita familiare  dichiarando “in proposito di avere allegato già nei gradi del giudizio di merito la documentazione atta a dimostrare che la madre era nullatenente e che il padre gestiva un’attività di ristorazione per la quale era del tutto ragionevole prevedere anche sulla base della prova presuntiva, che il figlio, una volta divenuto maggiorenne, avrebbe dato la sua collaborazione. Sicchè era certa la diminuzione patrimoniale e la necessità di un congruo risarcimento.”.

Nella  motivazione della decisione  il Supremo Collegio motivava il rigetto dell’impugnazione sostenendo che,come affermato dalla propria la  giurisprudenza, “ i genitori di un minore che sia morto in conseguenza di un fatto illecito sono potenzialmente titolari di un diritto al risarcimento del danno che deriva dalla lesione di un’aspettativa alla produzione di un reddito futuro..in quanto può ritenersi, ragionando in astratto, che il minore, una volta divenuto maggiorenne, avrebbe in qualche misura contribuito ai redditi della famiglia. Trattandosi, però, di un diritto non automatico, si è detto che i genitori, per dare prova della frustrazione di quell’aspettativa, hanno l’onere di allegare e dimostrare che il figlio deceduto  avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia. A tal fine la previsione va operata sulla  base di criteri ragionevolmente probabilistici, non già in via  astrattamente ipotetica, ma alla luce delle circostanze del caso concreto, conferendo rilievo alla condizione economica dei genitori sopravvissuti, alla loro età e del defunto, alla prevedibile entità del reddito di costui, dovendosi escludere che sia sufficiente la sola circostanza che il figlio deceduto avrebbe goduto di un reddito proprio (sentenza 3 maggio 2004, n.8333, 28 agosto 2007, n.18177, 27 aprile 2010, n.10074, 11 maggio 2012, n.7272); la relativa prova può essere data anche tramite presunzioni (sentenza 14  febbraio 2007, n.3280).”.

Secondo il pensiero della S.C. la Corte d’appello veneziana   si era pronunciata con una valutazione di merito, correttamente argomentata e priva di vizi logici ritenendo che “la  giovanissima età del bambino . l’assenza di una qualsiasi possibilità di conoscere le sue inclinazioni lavorative ed il suo carattere..rendeva impossibile affermare, anche in via presuntiva, che egli una volta cresciuto, avrebbe contribuito alla vita familiare, sicchè non risultava possibile determinare l’effettiva sussistenza di un pregiudizio di carattere patrimoniale.”

La Corte di legittimità condivideva appieno il pensiero del Collegio di secondo grado ritenendolo frutto”di una valutazione squisitamente di merito sulla quale questa Corte non ha motivo di intervenire, trattandosi di decisione argomentata correttamente” ed aggiungeva: “E’ vero che i genitori hanno sempre dichiarato di svolgere un’attività di ristorazione (pizzeria), sostenendo che ciò poteva da solo essere sufficiente a dimostrare che il piccolo, una volta divenuto adulto, avrebbe aiutato tale attività, collaborando al menage domestico. Ma ciò non può essere sufficiente, perché la valutazione prognostica che si chiede al giudice rischierebbe davvero di diventare, in una simile ipotesi, piuttosto una profezia che non una ragionevole previsione, né si può dire che il figlio di un ristoratore sarà, per ciò stesso, ristoratore anch’egli. “.

La pronuncia del Supremo Collegio  in punto lucro  cessante  nega, dunque,  la sussistenza, di per sé, del danno  da lucro cessante, assoggettandolo al rispetto dell’assolvimento dell’onere della prova gravante sull’attore.

Ma la  questione  della risarcibilità di tale voce di danno affonda le radici in un terreno sconfinato dove germogliano interpretazioni tanto problematiche quanto insoddisfacenti.

Intanto occorre muovere dal dato definitorio, nell’ambito della responsabilità  extracontrattuale da fatto illecito,   per cui  parlasi di:

l u c r o  c e s s a n t e   (“quantum lucrari potui”) in relazione al  mancato conseguimento di un  reddito a causa di un comportamento lesivo di un terzo, per cui il bene non ancora presente nel patrimonio del soggetto viene invocato a causa dell’impossibilità di acquisirne il diritto, il cui   risarcimento deve avvenire non solo in caso di certezza, ma anche quando, sulla scorta della proiezione di situazioni già esistenti, possa ritenersi che il danno si produrrà in futuro secondo una ragionevole e fondata previsione (CASS.CIV:, 22 febbraio 1991, Orciani c. Donato), ed il cui aggravio, sul piano dell’onere probatorio, è costituito dalla necessità di provare da parte dell’Istante, anche in via presuntiva, che il  mancato guadagno gli sarebbe derivato in assenza del fatto illecito (CASS.CIV. 30 gennaio 2003,n.1443),

d a n n o   f u t u r o   in ordine al presupposto che il nocumento derivi da una causa lesiva di natura già verificatasi (98/11876),previo accertamento da parte del giudice -con valutazione censurabile in sede di legittimità per vizi di motivazione- che tali spese saranno sostenute secondo una ragionevole e fondata attendibilità, e la relativa liquidazione non può che avvenire in via equitativa, ma il giudice è tenuto ad indicare, sia pure sommariamente, i criteri adoperati, in modo da evitare che la decisione sia arbitraria e sottratta ad ogni controllo (CASS.CIV. 23 gennaio 2002,n.752),

p e r d i t a della “c h a n c e” in merito ad una privazione della possibilità di sviluppi o progressioni nell’attività lavorativa, risarcibile allorquando sussista un pregiudizio certo ( anche se non nel suo ammontare ),  consistente non in un lucro cessante bensì nel danno emergente da perdita di una possibilità attuale, dimodochè  la “chance” è anch’essa una entità patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile, la cui perdita produce un danno attuale e risarcibile, qualora si accerti, anche utilizzando elementi presuntivi, la ragionevole probabilità dell’esistenza di detta “chance” intesa come attitudine attuale (CASS.CIV.,  21 luglio 2003,n.11322). Tale nozione giuridica enunciata primamente nella pronuncia  del Supremo Collegio (CASS. CIV. SEZ. LAV.,6906/1983), è stata enucleata intorno al concetto di occasione favorevole di conseguire un risultato vantaggioso, sotto il profilo dell’incremento di un’utilità o della sua mancata diminuzione, nettamente distinta dalla mera aspettativa di fatto (CASS.CIV.4440/2004, 3999/2003, 2667/1993). Il problema insorge sotto il profilo della sua risarcibilità .

 Per la cosiddetta resi ontologica la “chance” deve intendersi riferita ad  un danno emergente, comunque attuale e concreto, trattandosi di bene suscettibile di valutazione patrimoniale in sé e per sé, concernente la perdita della mera opportunità, possibilità ed anche solo speranza, di conseguire un’utilità, con la conseguenza che la probabilità di verificazione dell’utilità sociale incide solo sul “quantum” risarcitorio e non sull’ “an” (CASS.CIV.SEZ.UN.,1850/2009, CASS.CIV.23846/2008,17167/2007,15522/06 e 1752/05).

Per la cosiddetta tesi eziologica si discute di “chance” in termini di lucro cessante nel senso che ne ammette la risarcibilità solo quando l’occasione perduta si presentava, se valutata con prognosi postuma, assistita da “ considerevoli possibilità di successo” o ragionevole probabilità di verificarsi” (CASS.CIV:, 11548/2013, 4793/2013,20351/2010,1767/2009,10111/2008,9598/1998). In tal senso, invero, la “chance” non è vista come un’utilità in sé (infatti  non può essere ceduta,donata o venduta), bensì utile solo in quanto realizzata, e, la sua perdita, non si distingue dalla perdita del risultato finale auspicato (infatti se fosse sostenibile la sua esistenza in termini di bene autonomo, verrebbe creato un bene che per il diritto rileva solo in quanto leso). Per questo  la perdita di “chance” non implica il venir meno di un bene patrimoniale, ma solo l’annullamento di un presupposto necessario per il conseguimento del bene sperato, ed il danno si identica con il “quantum lucrar ipotest”: la “chance” diventa un criterio di verifica della sussistenza del legame eziologico tra la condotta impeditiva e la verificazione del danno patito inteso quale perdita del risultato finale, e assurge a strumento idoneo a dimostrare in modo meno rigoroso il nesso causale.

 Le due ipotesi involgono questioni antitetiche: in un caso il risarcimento della “chance” si invera nella perdita di un’opportunità, di una semplice possibilità di raggiungere un risultato utile, nell’altro nell’occasione perduta,intesa quale definitiva perdita dell’obiettivo  prefissato.

Un tentativo di superamento delle antinomie predette  è stato messo in atto dai giudici di merito (TRIBUNALE DI REGGIO EMILIA, II SEZIONE CIVILE, 23.02.20014 n°338): in essa è stato detto come occorra seguire una strada intermedia, che vede ‘come lucro cessante il danno futuro derivante dalla  definitiva perdita, a causa del comportamento altrui, del bene ultimo avuto di mira, e vede invece come danno emergente la chance in senso stretto, cioè la lesione della possibilità di raggiungere il risultato sperato..’ tenendo ‘conto che la domanda per perdita di chance è ontologicamente diversa da quella di risarcimento del danno futuro da mancato raggiungimento del risultato sperato, e la prima nemmeno può essere considerata un minus della seconda, mutando la causa petendi (possibilità di conseguire un risultato nella chance, perdita del risultato nel danno futuro), il petitum ( risarcimento commisurato a perdita della chance, perdita tout court nel danno futuro ) e l’onere della prova per la parte (che nella lesione di ciance riguarda la perdita di una probabilità non trascurabile di raggiungere il risultato, mentre nel danno futuro riguarda il fatto che, ove fosse stato tenuto il comportamento legittimo, il risultato sarebbe stato raggiunto).

Secondo il pensiero dei Giudici emiliani  vi è  un doppio binario causale,  due dimensioni di analisi del rapporto causale rilevanti ai fini civilistici:

la causalità civile ordinaria, assestata sul versante del “più probabile che non”,che ha per oggetto il danno per la perdita del bene leso,

 la causalità di perdita di chance, attestata sul versante della mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato, da intendersi come sacrificio della possibilità di conseguirlo “(Cass.n.21619/2007,est. Travaglino, che completa il discorso logico iniziato da Cass. N.4440/2004. Di mera possibilità parla anche Cass. N.11609/2011): nel primo caso il risarcimento è integrale con riferimento al bene leso, nel secondo caso è parametrato percentualmente alla chance persa.”

La prospettazione del Tribunale  summenzionato, è condivisa dallo Scrivente: la fattispecie in questione attiene, sicuramente, all’ipotesi del lucro cessante; però, sulla scorta del ragionamento del Tribunale emiliano emerge un nuovo  interrogativo, il quale, pur delineato dalla sentenza della Cassazione, sopravvive intatto nella sua grave  complessità ( dato che la domanda degli attori è stata ritenuta ammissibile ma non accoglibile).

Il problema, quale sorge dalla soluzione indicata dalla Cassazione ( il diritto esistente in astratto non è sussistente in concreto, sicchè la possibilità giuridica di far valere “il buon diritto” della persona offesa è vanificato dall’imposizione di un onere di allegazione non disponibile), non attiene l’inquadramento  della figura giuridica in una o in altra delle due caselle, bensì  concerne   il regime probatorio operante nella soluzione della controversia per cui è causa, proprio perché è ammesso, a riguardo, il ricorso al criterio presuntivo, senza che sia  specificato il criterio regolatore di tale esercizio.

Del resto la vicenda in commento ha una nozione sua propria che la connota: ad essa non può assimilata e, quindi, applicata, la tesi :

1)dell’insussistenza della perdita di una “chance” nei confronti del figlio nato morto, poiché in tal caso  la perdita del frutto del concepimento cagiona una lesione del diritto alla genitorialità senza involgere altro diritto che pertiene alla “ persona” che  come tale non può essere inteso il feto (TRIB. VARESE, SEZ. I, CIVILE, 14.03.2012),

2) della sussistenza  della perdita di “chance” di sopravvivenza spettante al malato terminale, poiché esso si configura in termini di danno non patrimoniale riferito ad una paziente cinquantenne deceduta a causa di aggravata patologia neoplastica, per fatto e colpa  dei dipendenti o collaboratori del Centro in questione in ordine ad erroneo trattamento terapeutico, (CASS.CIV.III SEZ., 27.03.2014,n.7195), per cui non si può negare che la vittima “ha perso, per effetto di detto inadempimento, delle chance, che statisticamente aveva, anche tenuto conto particolare situazione concreta”(Cass.4400/04)”.

mentre  se da un lato parrebbe  corrispondere  alla  situazione di fatto ed alla posizione di diritto in esame la pronuncia della  S.C. (CC. 18 aprile 2005,n.8002, nonché della Corte di Appello di Milano del 31/10/2000) in cui si afferma che “:... tra le aspettative che la morte di un figlio fa venir meno per i genitori, ed alle quali deve essere commisurato l’ammontare del risarcimento  a carico del responsabile dell’evento, vi è anche quella di un apporto del figlio all’attività economica del padre (della famiglia) nel campo dell’industria, del commercio, dei mestieri, delle professioni...” dall’altro anch’essa subordina tale diritto al previo riconoscimento =anch’esso con valutazione prognostica quanto mai irta di insuperabili difficoltà= che “ tale apporto non si fondi su semplici speranze o su ipotetiche eventualità, ma su una ragionevole previsione, affidata ad un criterio di ponderata probabilità, alla stregua di una valutazione che faccia ricorso anche alle presunzioni dei dati ricavabili dalla comune esperienza, con riguardo a tutte le circostanze del caso concreto.”.

 Inoltre tale  buon diritto  sembra riguardare la persona offesa già impiegata nell’attività di famiglia laddove leggesi:“Ne consegue che, nel quadro dei pregiudizi attuali o futuri arrecati ai prossimi congiunti può essere valutato come risarcibile anche il venir meno del contributo personale di capacità tecnica, di esperienza, di personale interesse che la vittima apportava”, anche se, in seguito, si sottolinea la nozione di “ tutta probabilità” che non esclude, appunto, il riconoscimento in astratto, ma ne impedisce il riconoscimento in concreto, di vedwersi garantire il buon diritto azionato in processo.

A questo punto  Il  problema in generale,e, il caso esaminando, in particolare,è costituito da questi punti di riferimento:

1)la soluzione della sentenza in commento, dunque, da un lato riconosce  “potenzialmente” la titolarità del diritto “a percepire un risarcimento del danno patrimoniale in relazione alla futura contribuzione del piccolo..”(ibidem), dall’altro subordina l’accoglimento della domanda all’adempimento dell’onere probatorio “di allegare e dimostrare che il figlio deceduto avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia” (ibidem);

2) la richiesta di provare la verosimiglianza del contributo futuro del figlio minore all’attività paterna riporta alla luce   l’annoso problema delle difficoltà causali,della relazione causa-effetto, dell’incertezza tra l’evento del fatto provato e le conseguenze future di esso (da provare) che costituiscano, già ora, una voce di danno risarcibile (cd. lucro cessante).

E’ noto come la causalità civile differisca da quella penale, nel senso che nella prima, diversamente che nella seconda, vige il principio del “più probabile che non”, mentre nel processo penale opera la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”( “all-or-nothing”), ed, ancora: ai fini della sanzione penale si imputa al reo il fatto-reato (il cui elemento materiale è rappresentato da condotta, nesso causale , ed evento naturalistico o giuridico), mentre in tema di responsabilità civile ciò che si imputa è il danno ingiusto e non il fatto in quanto tale.

Diversa è dunque la posta in gioco nei due diversi processi e diverso il grado di valutazione della prova: infatti nel principio civilistico il principio del “ più probabile che non” assegna oltre la soglia del 50%  della misura di probabilità il grado di incidenza probatoria a favore dell’esistenza della relazione causale.

Ma tale criterio   trova insormontabile difficoltà quando deve allegarsi e  provarsi un dato futuro come quello in oggetto.

Come può , infatti, l’attore provare, anche con presunzioni, che  il figlio minore di tre anni, se fosse sopravvissuto, avrebbe continuato, anziché no, l’attività lavorativa di famiglia?

Di contro altare come può escludersi che  l’infante, se fosse sopravvissuto, avrebbe proseguito l’attività lavorativa di famiglia e, magari, ne avrebbe incrementato il valore ottenendo maggiori ricavi e producendo più alti redditi?

Il problema dovrebbe formularsi diversamente, ossia in questi termini:

se non sia vero che in assenza del fatto illecito (provato) non sarebbe stato causato il danno ingiusto (provato) siccome risarcito, e  che non sarebbe causa tra le parti  in ordine al mancato apporto =ovvero in punto  mancato guadagno = che la vittima del fatto illecito avrebbe potuto assicurare  all’azienda paterna?

Da cui discende:

se non sussista una forma di responsabilità, “ ora per allora”,  dell’autore del fatto illecito che dia corpo e costituisca titolo per ottenere una qualche misura risarcitoria oggi in previsione di domani, da parte degli eredi della vittima?

In questo modo si sposterebbe la ricostruzione causale dal piano”naturalistico”, dove il fatto da provare verte su un piano inclinato a sfavore della persona offesa che deve allegare oggi la prova di un fatto futuro, ad un piano “normativo” dove una visione funzionale della causalità permette di ascrivere all’autore del fatto illecito la responsabilità in ordine ad un danno ingiusto (futuro) che senza la stessa non avrebbe privato il  danneggiato della legittima aspettativa di vita, ritenendo che la condotta umana imputabile “sub iudicio” è sta così determinante al punto che senza la stessa non si sarebbero verificati i fattori deprivativi lamentati dalla parte lesa.

Quel che non può essere richiesto a scapito dell’attore è l’imposizione di carichi probatori tali da inibire l’azione giudiziaria:infatti dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale risulta che:

il precetto costituzionale di cui al primo comma dell’art.24 risulta violato quando sia imposto un onere o vengano prescelte modalità tali da rendere impossibile o estremamente difficile l’esercizio del diritto di difesa da parte di uno qualunque degli interessati (C.COST: 9 luglio 1974, n.214, C.COST.22 dicembre 1989, n.368),

la determinazione concreta di modalità ed oneri relativi all’esercizio della tutela giurisdizionale non deve rendere difficile o impossibile l’esercizio di tale diritto ostacolandolo fino al punto di pregiudicarlo o renderlo particolarmente gravoso (C. COST. 4 giugno 1964,n.47, C.COST. 21 dicembre 1972, n.186, C.COST. 22 febbraio 1980, n.67, C.COST. 22 ottobre 1990, n.470).

Veramente l’Ordinamento giuridico comunitario all’art. 47 CEDU  sancisce il diritto di ogni individuo “a che la sua causa sia esaminata equamente” e la Corte di Giustizia della Comunità Europea assegna ai singoli Stati membri il compito di stabilire modalità procedurali delle cause sempre che tali modalità non rendano praticamente impossibile o difficilmente l’esercizio dei diritti conferiti dal’ordinamento giuridico comunitario (principio di effettività): Sentenza 14 dicembre 1995, causa C-312/93, Peterbroech, Racc.I,p.4599, Sentenza 14 dicembre 1995, causa C-431/93, von Scnijndel, Racc.I,p.47055ss.

Ed è troppo difficile esercitare il diritto alla prova (il diritto di difendersi provando) ogniqualvolta  la giurisprudenza di legittimità,  pur riconoscendo  un diritto al risarcimento del danno sofferto dai congiunti di persona prematuramente scomparsa, in ragione del fatto che questa avrebbe potuto, in vita, erogare contributi economici ai propri familiari, come nel caso di pregiudizio lamentato dai genitori per la perdita di figlio minorenne (CASS.CIV., 13 novembre 1997) e  ritenendo  che “l’aspettativa degli stretti congiunti ad un contributo economico da parte del familiare prematuramente scomparso in tanto  integra un danno futuro risarcibile in quanto sia possibile presumere, in base ad un criterio di normalità fondato su tutte le circostanze del caso concreto, che un contributo economico la persona defunta avrebbe effettivamente                              apportato “(CASS.CIV., 14 febbraio 2000,n.1637, subordini tale ottenimento a che “le circostanze del caso permettano di ritenere probabile, e non soltanto come possibile, l’anzidetto danno futuro, sicchè il risarcimento del danno deve di regola escludere in rapporto ai futuri risparmi che il defunto avrebbe realizzato, dovendo ritenersi probabile che il medesimo si sarebbe formato una famiglia i cui membri avrebbero avuto esclusivamente diritto sui risparmi del loro genitore e marito...”(CASS.CIV., 10 ottobre 1992,n.11097).

Allo stesso tempo è difficile assegnare il rango di elemento decisivo per la controversia al dato meramente  statistico  proprio della nozione di “normalità”, ritenuta  necessaria per vincere il dubbio dell’incerto verificarsi dl pregiudizio, poiché essa esige il riscontro, ancorchè in via presuntiva, della certezza del danno futuro.

 Invero la giurisprudenza ha fatto uso di criteri qualificatori per significare la nozione di “normalità”  richiesta per la prova del danno in parola, definendola come ciò che “appare verosimile  o possibile “(CASS.CIV. 13 novembre 1997,n.11236 cit.) o come quanto può definirsi tale in base al “notorio ed alla comune esperienza” (CASS.CIV., 6 dicembre 1982,n.6651).

Allo stesso modo il ricorso al “fatto notorio” in “subiecta materia” non appare convincente, in quanto se lo stesso  si addice ad ipotesi quali la svalutazione monetaria (art.1224 C.C.) per giustificarne la risarcibilità nonostante l’assenza di altri elementi probatori (CASS.CIV.,24 gennaio 1995,n.785, CASS.CIV., 30 maggio 1995,n.6066), mal  si attaglia, conversivamente, in relazione ad un danno futuro, poiché la plausibilità del suo impiego non  si rivela condizione necessaria e sufficiente per la risarcibilità del danno.

Riemerge così, ancora una volta,  Il principio dell’incertezza causale la quale  può permanere nell’ambito naturalistico ma non in quello giuridico ove il giudice cancellerà tale dubbio decidendo se accogliere o rigettare la domanda. Sovviene , a tal punto,  il principio “probabilistico” la cui verifica può assestarsi su soglie meno elevate di accertamento contro fattuale (CC.31 maggio 2005,n.11609.

Ma emerge, al contempo, la necessità di riconnettere la nozione di tutela giudiziale alla valenza che invera la tutela giustiziale, garantendo a chi  invoca il diritto al riconoscimento del danno da lucro cessante la possibilità giuridica di sentirsi accogliere  la domanda  azionata in processo: questo può essere permesso se si identifica che il presupposto per riconoscere ad una condotta antigiuridica  la valenza di causa giuridicamente rilevante sia insito nel dato che tale condizione abbia rappresentato una premessa contingentemente necessaria per il verificarsi dell’evento, permettendo, così, di imputarne la responsabilità al suo autore.

                                          AVV. CLAUDIO  CATTANI .

mercoledì 30 luglio 2014

In malattia non si lavora

COMUNICATO STAMPA

Cassazione. E' truffa aggravata mettersi in malattia e svolgere altro lavoro. Non si può escludere la truffa senza accertare che il lavoro svolto durante la malattia ritardò la guarigione 

La Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi della questione delle assenze dal lavoro per malattia durante le quali il dipendente è stato colto a svolgere altro che curarsi il malanno.Con la sentenza depositata oggi dalla seconda sezione penale, gli ermellini hanno sancito la condanna per truffa aggravata per il dipendente che durante la malattia svolge altri lavori per conto di terzi. Con la sentenza 33743/14, Piazza Cavour annulla con rinvio il provvedimento emesso dal Gup del Tribunale di Rovigo che proscioglieva un lavoratore dall’imputazione per truffa aggravata. Per il giudice dell’udienza preliminare il fatto non sussisteva, perché non era stato provato in che misura l’attività lavorativa alternativa svolta dall’imputato avesse ostacolato il processo di guarigione dalle lesioni conseguenti a un infortunio. Il difensore del datore, costituitosi parte civile, ricorreva per Cassazione, chiedendo che la sentenza fosse annullata. A giudizio degli “ermellini” il ricorso dell’azienda è fondato e la sentenza va, perciò, annullata con rinvio al tribunale di Rovigo.La Cassazione ricorda che la previsione dell’articolo 425, comma terzo, c.p.p., secondo la quale «il gup deve emettere sentenza di non luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti risultino insufficienti o contraddittori, è qualificata dall’ultima parte del suddetto comma terzo che impone tale decisione soltanto dove i predetti elementi siano comunque inidonei a sostenere l’accusa in giudizio». Ne deriva che «solo una prognosi d’inutilità del dibattimento relativa all’evoluzione, in senso favorevole all’accusa, del materiale probatorio raccolto, può condurre a una sentenza di non luogo a procedere».Il giudice dell’udienza preliminare, pertanto, può pronunciare sentenza di non luogo a procedere «non quando pervenga a una valutazione d’innocenza dell’imputato, ma solo nei casi in cui non esista una prevedibile possibilità che il dibattimento possa invece pervenire a una diversa soluzione e più in particolare quando l’insufficienza e la contraddittorietà degli elementi probatori acquisiti rivestano caratteristiche tali da non poter essere ragionevolmente superabili nel giudizio». Ne consegue, concludono i giudici di legittimità, che il giudice, anche in tal caso, «deve pronunciare sentenza di non luogo a procedere solo quando sia ragionevolmente prevedibile che gli stessi elementi siano destinati a rimanere tali all’esito del giudizio, non potendo esprimere, quindi, un giudizio sulla colpevolezza dell’imputato». Per Giovanni D’Agata, presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, non è una semplice infedeltà lavorativa, ma un vero e proprio reato di truffa aggravata e falso ideologico quello che pone il dipendente pubblico che si mette in malattia e poi svolge un’altra attività parallela. Ricordiamo che, insieme all’obbligo di fedeltà, il lavoratore è soggetto anche all’obbligo di riservatezza o di segretezza. Esso vieta al lavoratore di divulgare o di utilizzare, a vantaggio proprio o altrui, informazioni attinenti l’impresa, in modo da poterle arrecare danno. A differenza del divieto di concorrenza, che cessa al momento dell’estinzione del rapporto di lavoro, l’obbligo di riservatezza permane intatto anche dopo la cessazione del rapporto, per tutto il tempo in cui resta l’interesse dell’imprenditore a tale segretezza, ossia fino a quando l’azienda svolgerà la sua attività, nello specifico settore imprenditoriale in cui opera attualmente.

Lecce, 30 luglio 2014

                                                                                                                                                                                     Giovanni D’AGATA

 

_______________________________________________________________________________________________                                                              73100 Lecce via G. D’Annunzio n° 37 - Tel. 320/8496515 - e mail:dagatagiovanni@virgilio.it -www.sportellodeidiritti.org ® - c.f.93106630754

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venerdì 25 luglio 2014

Paracetamolo inutile

COMUNICATO STAMPA

Mal di schiena: secondo uno studio australiano il paracetamolo è inutile!

Un importante studio australiano è arrivato alla conclusione che gli antidolorifici a base di paracetamolo non sono più efficace del placebo nel ridurre il dolore associato alla lombalgia.Il 10% della popolazione mondiale si lamenta per il mal di schiena. Ed il paracetamolo è il farmaco più consumato in assoluto per alleviare questo tipo di sofferenza. Tutti i medici lo raccomandano come prima scelta per attenuare il dolore e lo preferiscono all'aspirina (perché fluidifica il sangue e aumenta il rischio di sanguinamento). Ma è giusto continuarlo a prescrivere a persone che soffrono di mal di schiena, e di dolore nella parte bassa della schiena? Dopo aver letto l'articolo pubblicato giovedì sulla rivista "The Lancet", è più che dubbio, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”.  Questo è il primo trial clinico di valutazione del paracetamolo "in doppio cieco" (ossia che né i medici né i pazienti sanno cosa viene assunto) contro il placebo. In questo studio multicentrico, finanziato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche Health Medical dell'Australia e la controllata australiana dell'azienda farmaceutica GlaxoSmithKline (che commercializza il paracetamolo), 1.652 persone sono state divise in tre gruppi con caratteristiche simili con paracetamolo ad intervalli regolari ( tre volte al giorno, l'equivalente di 3990 mg), preso su rischiesta (fino a 4000 mg) e placebo. Dopo essere stato rassicurati circa la prognosi del loro dolore, tutti i pazienti hanno ricevuto i consueti consigli offerti in tali casi, ed essenzialmente hanno continuato ad essere attivi ed evitato di rimanere a letto.Durante i tre mesi di follow-up, Christopher William docente presso l'Università di Sydney a Camperdown ed i suoi colleghi hanno esaminato il tempo medio per l'intensità del dolore che è sceso da 0 o 1 (su una scala fino a 10) ed è rimasto su questo livello per una settimana. Questo periodo è stato di 17 giorni nei pazienti che hanno assunto paracetamolo, regolarmente o su richiesta, e 16 giorni per quelli cui è stato dato il placebo, una differenza statisticamente insignificante.Dopo tre mesi di questo studio, l'intensità del dolore ed il punteggio della disabilità è diminuito in tutti e tre i gruppi, ma ancora una volta senza nessuna differenza significativa.  Allo stesso modo, lo stato funzionale e la qualità del sonno sono migliorati in maniera simile tra i tre gruppi. "Questi dati suggeriscono che le raccomandazioni per il paracetamolo in prima istanza di LBP devono essere riconsiderati. Sembra che l'assistenza medica è più importante rispetto all'approccio farmacologico", hanno commentato i ricercatori, che vorrebbero capire  le ragioni dell'inefficacia del paracetamolo per la lombalgia. Ma Bart Koes e Wendy Enthoven del Erasmus Medical Center di Rotterdam sono meno categorici.  In un editoriale che accompagna l'articolo, sostengono che, anche se lo studio è di buona qualità, è necessario che questi risultati vengano replicati prima di considerare la revisione delle raccomandazioni. In particolare, sottolineano che i farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS) non sembrano avere una maggiore efficacia rispetto al paracetamolo nel trattamento della lombalgia e hanno un profilo di sicurezza meno favorevole. Questa informazione è rivolta ad un'ampia platea, dal momento che il 10% della popolazione mondiale si lamenta del mal di schiena ed il mal di schiena è la causa di un terzo della disabilità causata dal lavoro, secondo recenti studi pubblicati su riviste di Reumatologia. Ma non è da dimenticare che i medici hanno a disposizione rimedi molto più efficaci di questi farmaci analgesici di classe I e altre terapie per alleviare coloro che soffrono di più.  

Lecce, 25 luglio 2014                                                                                                                                                                                           

Giovanni D’AGATA

 

_______________________________________________________________________________________________                                                              73100 Lecce via G. D’Annunzio n° 37 - Tel. 320/8496515 - e mail:dagatagiovanni@virgilio.it -www.sportellodeidiritti.org ® - c.f.93106630754

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venerdì 18 luglio 2014

Gorgonzola contaminato

COMUNICATO STAMPA

Sicurezza alimentare: Rasff, ritirato in Francia gorgonzola prodotto in Italia per contaminazione da Listeria monocytogenes .  

La Francia ha attivato, il 17 luglio 2014, il Sistema rapido di allerta europeo (Rasff n°  2014.0984) avvisando le autorità sanitarie dei diversi Paesi europei circa la presenza Listeria monocytogenes in gorgonzola prodotto in Italia e commercializzato anche in Francia. Attualmente le informazioni sulla distribuzione non sono ancora disponibili.

Il motivo del ritiro è una contaminazione da  Listeria monocytogenes, un batterio che può dare origine a disturbi gastrointestinali e in alcuni soggetti a rischio può sfociare in malattie sistemiche più gravi come la meningite. Appertenente alla classe dei Bacilli, riferendosi al NCBI Taxonomy Database, esistono sei specie del genere Listeria (L. grayi, L. innocua, L. ivanovi, L. monocytogenes, L. seeligeri e L. welshimeri). A livello di variabilità esistono diversi sierotipi di cui i più comuni, nell’infezione che riguarda gli esseri umani, sono: I/2a, I/2b e 4b.

A livello ecologico-ambientale, si tratta di un batterio che trova come suoi habitat preferiti il suolo, l’acqua, il fango, il foraggio normale e quello fermentato, ovvero quello insilato. A tale proposito si è notato che l’utilizzo di questo foraggio direttamente nell’alimentazione animale, aumenterebbe l’incidenza della listeriosi negli animali.

Gli animali che possono essere colpiti dalla Listeria monocytogenes non sono solo gli animali da allevamento ma anche quelli domestici e selvatici, dai mammiferi più comuni agli uccelli includendo anche delle specie di pesci e molluschi e ovviamente l’uomo.

La Listeria si può riscontrare nelle feci di circa il 10% della popolazione animale e umana, ciò è anche legato al fatto che questo batterio riesce a sopravvivere molto bene, pur non essendo un batterio sporigeno, sia al freddo, al caldo, e all’essiccamento, riesce infatti a svilupparsi anche in condizioni di temperatura inferiore ai 3°C.

I batteri riescono dunque anche a sopravvivere in ambienti industriali, come le industrie alimentari, dove la contaminazione può rappresentare un vero problema.

In seguito al contatto con la Listeria monocytogenes si può manifestare un quadro sintomatologico caratterizzato, ad esempio, da meningoencefalite e/o setticemia sia nei neonati sia negli adulti; infezioni intrauterine o cervicali che possono causare aborto.

Nelle donne incinte l’infezione non si manifesta nella mamma, che resta in una situazione asintomatica, ma è particolarmente pericolosa per il feto al quale viene trasmessa l’infezione, ciò che può causare la morte fetale, o bambini che al momento della nascita presentano setticemia o meningite.

L’aborto si può verificare nella seconda metà della gravidanza stessa, cioè dal momento in cui la madre ha contratto l’infezione nell’ultimo trimestre.

I sintomi della meningoencefalite sono: la febbre, il mal di testa, nausea, vomito con evidenti segni di irritazione della meninge, ai quali si possono aggiungere; delirio, choc, coma o collasso. Inoltre si possono aggiungere endocardite, lesioni del fegato e altri organi, lesioni cutanee pustolose.

Molto più sovente si può avere solo una malattia lieve con una sintomatologia tipo influenzale; febbre e sintomi gastrointestinali, lesioni papulari sulle mani e le braccia derivate dal contatto diretto con il materiali infetto.

Il decorso: nei neonati colpiti la mortalità è purtroppo molto elevata: potendo raggiungere il 50% quando si manifesta nei primi quattro giorni di vita. Anche negli adulti la mortalità può essere alta.

Per ciò che concerne la terapia: si cura con antibiotici, soprattutto ampicillina o penicillina. La dose infettiva si ipotizza che vari in base alla tipologia di ceppo e alla suscettibilità della persona contraente, ovviamente in caso di bambini, anziani e immunodepressi è più facile che anche una piccola dose sia già molto aggressiva.

 

A livello d’indagine si procede con esami al microscopio per valutare la presenza di bastoncelli nel meconio (neonati) oppure nel liquido cerebrospinale. Si procede poi nell’isolamento del batterio dal fluido cerebro-spinale, liquido amniotico, meconio, sangue ecc., l’importante è saperlo ben differenziare da altri tipi di batteri similari. In sintesi si procede con un’emocoltura del sangue dopo aver comunicato al laboratorio di analisi che si hanno dubbi su questo tipo di batterio e non su altri. Altri metodi diagnostici possono essere la biopsia del fegato.

Il tempo richiesto per le tecniche d’identificazione è variabile dalle 24 alle 48 ore di coltivazione, poi seguono altri test, in ogni caso sono necessari circa 7 giorni seguendo i metodi tradizionali.

Per quello che riguarda la diffusione, si tratta di un’infezione che molto raramente può manifestarsi a livello epidemico, ma molto più frequentemente a livello isolato.

I dati epidemiologici americani dicono che il 30% dei casi è rappresentato da neonati con età inferiore al mese e tra le persone più esposte ci sono i bambini, i giovani e le persone immunocompromesse, le donne incinte, e coloro che spesso fanno uso terapeutico di corticosteroidi, per contrastare il cancro o per terapie immunosopressive antirigetto, o per combattere l'AIDS, ma anche malati di colite ulcerosa, diabetici, asmatici.

La trasmissione avviene attraverso il canale alimentare, in modo preferenziale. Questa è la modalità più semplice per il batterio di entrare nell’organismo umano e insediarsi. Tramite la contaminazione primaria (quando l'alimento si è contaminato a livello agricolo) oppure per contatto durante la lavorazione (questo accade quando gli impianti sono contaminati).

Pertanto Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, raccomanda massima allerta e di rispettare le basilari norme igieniche anche se si può ridurre al minimo il pericolo di contrarre la listeriosi con gli accorgimenti opportuni. Le categorie a rischio dovrebbero evitare di consumare i prodotti citati. Per tutti gli altri la regola principale è avere cura nella conservazione degli alimenti,soprattutto nel frigorifero. Mentre si raccomanda di mantenere la temperatura del frigorifero tra i 4 e i 5 gradi, anche se la maggior parte dei frigoriferi domestici li supera abbondantemente arrivando agli 8. Inoltre la Listeria sopravvive alle temperature basse del frigorifero, ma muore con il calore della cottura.

Lecce, 18 luglio 2014                                                                                                                                                                                           

Giovanni D’AGATA

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sabato 5 luglio 2014

SULLA PROPONIBILITA’ DELL’AZIONE COLLETTIVA

SULLA PROPONIBILITA’ DELL’AZIONE COLLETTIVA L’azione collettiva è proponibile in sede civile, amministrativa, tributaria. A titolo esemplificativo, in sede civile, si indicano le materie interessate: D.Lgs. 20 dicembre 2009,n.198: “Attuazione dell’art.4 della L. 4 marzo 2009,n. 15, in materia di ricorso per l’efficienza delle amministrazioni e dei concessionari si servizi pubblici”; delibera n.173/07/CONS:” Regolamento in materia di procedure di risoluzione delle controversie tra operatori di comunicazioni elettroniche ed utenti, approvate con Delibera 173/07/CONS,. Testo coordinato con le modifiche apportate dalla Delibera n.95/08/CONS e dalla Delibera 502/08/CONS”; D.Lgs 2 agosto 2007, n.146: “Attuazione della direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno e che modifica le direttive 84/450/CEE, 97/7/CE,98/27/CE,2002/65/CE, e il Regolamento (CE), n.2006/2004”; D.Lgs 2 agosto,2007,n.145: “Attuazione dell’articolo 14 della direttiva 2005/29/CE che modifica la direttiva 84/450/CEE sulla pubblicità ingannevole”; Delibera n. 664/06/CONS:” Adozione del regolamento recante disposizioni a tutela dell’utenza in materia di fornitura di servizi di comunicazione elettronica mediante contratti a distanza”; D.lgs, 6 settembre 2006,n.206 ( cd. “Codice del Consumo”); Allegato A alla delibera n. 179/03/CSP del 24 luglio 2003:” Direttiva generale in materia di qualità e carte dei servizi di telecomunicazioni ai sensi dell’articolo 1,comma 6, lettera b), numero 2, della Legge 31 luglio 1997,n.249”; Legge 29 marzo 2001, n.135: Riforma della legislazione nazionale del turismo”; Direttiva Regolamento CE 17 giugno 2008, n.593/2008 :”Sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma 1)” ; Direttiva 23 aprile 2008, n.2008/48/CE: “relativa ai contratti di credito ai consumatori, che abroga la direttiva 87/102/CEE)”; Regolamento CE N.261/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 febbraio 2004: “regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato e che abroga il regolamento CEE n.295/91”; Direttiva 14 gennaio 2009, n.2008/122/CE:” Tutela dei consumatori per quanto riguarda taluni aspetti dei contratti di multiproprietà, dei contratti relativi ai prodotti per le vacanze di lungo termine e dei contratti di rivendita e di scambio”. Allo stato la legge sull’azione collettiva preclude l’azione di classe per gli illeciti extracontrattuali ammettendola esclusivamente per i diritti contrattuali dei consumatori ed utenti, escludendo le categorie di danneggiati che sorgono per fatti illeciti altrui (es. inquinamento di una falda acquifera, dell’aria, del suolo o per i danni causati a seguito di esposizione a materiali cancerogeni ed i lavoratori dipendenti di un’azienda. Quanto al diritto ambientale emerge una spiccata lacuna in merito alla riferibilità degli interessi in capo alla persona nella duplice dimensione individuale e collettiva, così come previsti dalla nostra Carta costituzionale; infatti, in tema di ’inquinamento ambientale, assume rilevanza sia la lesione al bene della vita del singolo, sia il danno nell’ambito squisitamente collettivo, ossia laddove, in realtà, si svolgono le attività di gruppi danneggiati nella propria generalità. A riguardo il Tribunale di Roma, con due diverse ordinanze depositate il 2 maggio 2013 relative ad azioni proposte da cittadini molisani nei confronti dei Comuni di Petacciato e di Montenero di Bisaccia, ha lasciato intravedere una significativa apertura in materia di tutela ambientale, poiché, per la prima volta, sono state ritenute ammissibili le azioni condanna alla restituzione per tutti gli utenti del servizio, in dipendenza della non possibilità di fruire del servizio idrico per i mesi di dicembre 2010 e gennaio 2011. In tale decisione i Giudici aditi hanno statuito che dovessero inclusi nella classe, e, potessero aderire all’azione, tutti i soggetti titolari di un contratto di somministrazione idrica con i Comuni premenzionati; in tal modo è stata assicurata l’effettività dello strumento di tutela di cui all’art.140 bis C.P.C., sancendo che l’azione collettiva ben può essere promossa nei confronti della P.A., non solo nell’ipotesi in cui eserciti attività imprenditoriale, bensì anche quando , direttamente, la medesima eroghi un pubblico servizio di erogazione dell’acqua, poiché in detto rapporto il Comune convenuto agisce “iure privatorum” e non quale esercente funzioni pubbliche. Per questo l’attività svolta dalla P.A. ha natura di diritto privato e, nei rapporti tra utente ed erogatore del servizio, il primo è titolare di un diritto soggettivo, dimodochè , nella fattispecie,non rileva che le tariffe siano determinate con atto “autoritativo”, per cui le tariffe,una volta emesse, acquistano la veste di elementi necessari ed obbligatori del contratto. Infatti la fattispecie in parola non ricade , come obiettato dai Comuni resistenti, nella previsione di cui al d.lgs. 198/2009, attuazione della l. 4 marzo 2009 n.15 in tema di efficienza della P.A., poiché la “class action” di cui al codice del consumo modificata dall’art.8 d.l. 1/2012 convertito in legge 27/2012, va distinta da quella di cui alla l.15/2009 e d.lgs. 198/2009 attuativo della riforma , in quanto la prima si riferisce alle lesioni dei diritti degli utenti in sede contrattuale ed extracontrattuale, mentre la seconda (i marca pubblicistica) involge il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione. Il Tribunale adito, nel merito, rileva come lo stesso ente erogatore aveva segnalato la non conformità a taluni parametri di legge di campioni d’acqua prelevati lungo gli impianti dell’acquedotto, ragion per cui il Comune, agendo a tutela della salute pubblica, aveva vietato “ l’uso e consumo dell’acqua a scopo potabile, in particolare , l’uso dell’acqua come bevanda e per la preparazione dei cibi”; conseguentemente, anche in assenza di responsabilità del Comune in ordine ai fatti allegati dai ricorrenti, lo stesso veniva condannato alle restituzioni , ex art.140 bis C.P.C., per non avere le parti attrici fruito totalmente del servizio idrico per il periodo indicato. In sede amministrativa l’azione collettiva è caratterizzata in questi termini: a) per quel che concerne la legittimazione attiva, l’art.1 comma 4 del d.lgs.198/2009 richiama la nozione di “interessi diffusi”, i quali esprimono una tensione super-individuale a un bene a fruizione collettiva che non presuppone, necessariamente, un collegamento con una posizione giuridica o con un rapporto preesistente: infatti l’essere persona, di per sé, rende partecipe il singolo dell’interesse alla tutela ed al godimento dei beni ambientali. Gli “ interessi diffusi” esprimono “ gli interessi giuridicamente rilevanti ed omogenei per una pluralità di utenti e consumatori” che rinuardino sia i singoli aventi un interesse diretto, concreto ed attuale, corrispondente ad una situazione giuridica tutelata, sia le associazioni e i comitati che intendano adeguatamente tutelare gli interessi dei propri associati). In questa materia diversamente da quella dei consumatori o della tutela dell’ambiente non si è voluto circoscrivere l’ambito di legittimazione ad un elenco di utenti, rappresentativi degli interessi collettivi dei cittadini, allo scopo di allargare lo spazio della garanzia attribuita ai medesimi, ogniqualvolta gli interessi in gioco siano “rilevanti ed omogenei”; b) l’oggetto del ricorso verte in tema di “violazione degli standard qualitativi ed economici stabiliti, per i concessionari di servizi pubblici, dalle autorità preposte alla regolazione ed al controllo del settore e, per le pubbliche amministrazioni, definiti dalle stesse in conformità alle disposizioni in materia di performance contenute nel decreto legislativo 27 ottobre 2009,n.150” ( violazioni di prescrizioni cogenti presenti all’interno delle carte dei servizi , intesi quali documenti che illustrano tutti quei servizi erogati da una amministrazione pubblica e che obbligano tutti i componenti di essa all’osservanza di determinati comportamenti e standard di prestazione, la cui trasgressione dà adito all’ingresso di un’azione di classe); c) la giurisdizione è attribuita in via esclusiva al giudice amministrativo (ex art.33 d.lgs. 80/1998), permettendo, così, l’esercizio di un pieno controllo di funzionalità sull’operato della P.A.; d) in contrasto con il principio della derogabilità della competenza territoriale propria del diritto amministrativo, le questioni di competenza sono rilevabili anche d’ufficio; e) con la propria decisione il giudice amministrativo ordina alla P.A. di porre rimedio alla violazione accertata “entro un congruo termine”, sicchè il persistente atteggiamento “negligente” dell’ amministrazione dà ingresso al giudizio di ottemperanza (art.27, comma 1 R.D. 1054/1924) il quale attribuisce al giudice amministrativo una giurisdizione esclusiva con poteri di sindacato pieno e sostitutivo nei confronti dell’azione amministrativa. In sede tributaria, la Cassazione Sezione Tributaria con sentenza n.44490 del 22/02/2013, ha considerato rituale la proposizione di un unico ricorso cumulativo da parte di diversi contribuenti contro gli avvisi di accertamento aventi ad oggetto un’identica questione ( la fattispecie verteva in tema di avvisi di accertamento per il rilassamento degli estimi catastali, il cui procedimento, avviato dalla locale Agenzia del Territorio a richiesta del Comune di Lecce, aveva costituito un aggravio, in tema di oneri e tributi, per tutti i proprietari di immobili interessati). Nella sentenza in questione i Giudici di legittimità hanno ritenuto applicabile, pure nel rito tributario, l’art.103 c.1 C.P.C, nella parte in cui dispone che “più parti possono agire o essere convenute nello stesso processo, quando tra le cause che si propongono esiste connessione per l’oggetto o per il titolo dal quale dipendono oppure quando la decisione dipende, totalmente o parzialmente, dalla soluzione di d identiche questioni.”. Ad avviso del Supremo Collegio è riscontrata la “legittimità del ricorso congiunto proposto da più contribuenti, anche se in relazione a distinte cartelle di pagamento, ove abbia ad oggetto, come evincibile nella specie del contenuto dell’atto introduttivo integralmente riportato in ossequio al principio di autosufficienza, identiche questioni dalla cui soluzione dipenda la decisione della causa”. La proponibilità del ricorso di classe comporta un sensibile risparmio per i contribuenti in ordine alle spese legali, ma non in ordine al pagamento per ogni atto impugnato in ragione del contributo unificato tributario (cfr. Direttiva Ministero dell’Economia e delle Finanze del 14 dicembre 2012 (prot.n.20120). In precedenza la Corte di Cassazione Sezione Tributaria con sentenza n.21955 del 27 ottobre 2010 aveva ritenuto ammissibile la “class action” nel processo tributario sulle orme dello stesso principio enunciato dalla Corte di Cassazione Sezione Prima con la sentenza n.171 del 02 luglio 1990. A questo punto si formula un modello di adesione all’azione collettiva che,previa indicazione delle rispettive parti e specificazione dell’oggetto del contendere, può essere impiegato per ogni ricorso nella materia che qui occupa.